Una delle piccole grandi sciagure intellettuali del nostro tempo è l’abuso consolatorio della parola “intelligenza”. Da decenni ormai riviste femminili, periodici di divulgazione di fuffa socio-psico-supercazzola, riviste di docimologia “moderna” (delle quali una gloria nazionale come il compianto Giorgio Israel pensava tutto il male possibile) ci sommergono di presunti “tipi” di “intelligenza” (virgolette obbligatorie): Intelligenza emotiva. Intelligenza sociale. Intelligenza relazionale. Intelligenza corporea. Intelligenza spirituale. Intelligenza etica. A forza di moltiplicare le intelligenze, il concetto smette di spiegare qualcosa e comincia a consolare qualcuno.
Il problema non è certo riconoscere che gli esseri umani possiedano molte capacità diverse. Sarebbe sciocco e ottuso negarlo, e chi scrive è un acerrimo nemico del riduzionismo a tutti i costi e del materialismo becero. Una persona, l’esperienza comune ce lo insegna senza ombra di dubbio, può essere eccellente nel calcolo, mediocre nella comunicazione, bravissima nella gestione del conflitto, goffa nel coordinamento motorio, finissima nella percezione musicale, povera nella pianificazione, generosa, impulsiva, disciplinata, empatica, teatrale, introversa, cooperativa, manipolatoria, meticolosa, creativa. Il repertorio umano è vasto, stratificato, disomogeneo. Il mondo è bello perché è vario (o avariato, come direbbe il buon Nino Frassica). Ma proprio per questo richiede parole esatte, non etichette zuccherate.
Dire che un bambino divide la merendina con i compagni non significa dire che possiede una “intelligenza sociale” equivalente alla capacità di modellizzare numericamente un problema dei tre corpi o capire al volo i solidi platonici e le loro proiezioni. Significa, più sobriamente, che manifesta un comportamento prosociale. Può essere generoso, ben educato, affettivamente regolato, desideroso di approvazione, poco possessivo, imitativo di una norma familiare, oppure semplicemente già capace di intuire che nel gruppo certi comportamenti sono premiati. Tutto questo è interessante. Tutto questo può essere importante. Ma non è la stessa cosa che impostare un problema differenziale non lineare, controllare l’errore numerico, scegliere un metodo di integrazione, capire la sensibilità alle condizioni iniziali, distinguere una soluzione fisicamente significativa da un artefatto computazionale, intuire la sequenza di Herbrand che dimostra un teorema.
Sembra una precisazione ovvia. Perfino oziosa. Non lo è affatto, specialmente in un paese come il nostro, dove l’analfabetismo tecnoscientifico trova sempre nuove forme di autogiustificazione. Un tempo bastava il vecchio rifugio crociano-gentiliano: “la matematica sarà anche utile, ma la vera cultura sta altrove”; “il calcolo sarà anche necessario, ma la vera profondità è altra”; “la tecnica sarà anche indispensabile, ma il pensiero vero è quello umanistico”, possibilmente enunciato con surciliosa albagia e affettato disprezzo per chi sa usare una tabella, un grafico, una funzione, una stima, una probabilità. Oggi la stessa musica viene spesso arrangiata con strumenti più moderni: non sei forte nel ragionamento logico, nella lettura quantitativa, nella formalizzazione o nella soluzione di problemi astratti? Nessun problema: “hai un’altra intelligenza”. Ecco il premio di consolazione. Sei “diversamente intelligente”, si potrebbe dire, se l’espressione non fosse già stata opzionata come “arguta” da qualche sardonico commentatore social in vena di ironie low cost da Colorado Cafè e calchi linguistico-burocratici.
Ecco: questo è precisamente il punto in cui la pedagogia diventa cattiva epistemologia.
Lynn Waterhouse, già nel 2006, mise insieme tre grandi miti educativi contemporanei — intelligenze multiple, Mozart effect e intelligenza emotiva — sottoponendoli a una revisione critica severa. Il nucleo della sua obiezione era semplice: teorie largamente diffuse in ambito educativo non possono essere accettate solo perché sono simpatiche, inclusive o motivazionalmente gradevoli. Devono avere adeguato supporto empirico. Devono misurare qualcosa di relativamente stabile, discriminabile, replicabile. Devono produrre predizioni migliori di quelle ottenibili con costrutti già noti. Devono essere compatibili con ciò che sappiamo dalla psicologia cognitiva e dalle neuroscienze. Come ripeteva con forza anche il già citato Israel, ad esempio in “Chi sono i nemici della scienza?”. E prima di loro lo aveva intuito il premio Pulitzer William A. Henry III, che a tale proposito citava anche il raccontino Lake Wobegon, questo posto magnifico in cui tutti gli allievi hanno un rendimento “al di sopra della media locale”.
Nel caso delle presunte “intelligenze multiple”, teorizzate da Howard Gardner, Waterhouse ha poi rincarato la dose in anni recenti, arrivando a parlare esplicitamente di neuromito. La teoria di Gardner (l’omonimia col gigantesco divulgatore matematico Martin Gardner è un mero, sfortunato accidente aristotelico) ha avuto un’enorme fortuna scolastica e divulgativa, ma il suo successo culturale non coincide con una validazione scientifica. Se si sostiene che esistano intelligenze indipendenti, occorre mostrare che siano davvero tali. Se si sostiene che abbiano una base cerebrale distinta, occorre mostrare reti o moduli dedicati nella neurofisiologia umana. Se si sostiene che una didattica basata su tali intelligenze produca effetti specifici, occorre controllare le alternative: maggiore varietà didattica, maggiore attenzione dell’insegnante, novità metodologica, semplice incremento del tempo dedicato al compito. Altrimenti non stiamo dimostrando una teoria: stiamo raccontando una favoletta benintenzionata. Lo stesso materiale di cui risulta lastricata la proverbiale strada per l’inferno (dantesco).
La questione dell’intelligenza emotiva è più sottile, perché qui non tutto va buttato. Non c’è solo fuffa. Il modello di Mayer, Salovey e Caruso, se preso seriamente, non è la solita fiera delle anime belle. Parla di capacità di percepire, usare, comprendere e regolare le emozioni. Questa impostazione è almeno in parte trattabile come costrutto prestazionale: si possono costruire prove, si possono distinguere componenti, si può discutere validità incrementale rispetto a intelligenza generale, personalità e Big Five. Ma questa è una cosa. Il suo doppio divulgativo-manageriale, quello alla “sei emotivamente intelligente perché sorridi, fai team building, usi parole inclusive e non disturbi la narrazione aziendale”, è tutt’altra.
La versione seria dell’intelligenza emotiva dovrebbe essere tradotta in termini più precisi: regolazione emotiva, riconoscimento degli stati affettivi, teoria della mente, pragmatica comunicativa, mentalizzazione, controllo inibitorio, gestione del conflitto, capacità di mantenere condotta appropriata in condizioni di stress. Queste sono competenze reali. Possono avere valore clinico, educativo, professionale, organizzativo, militare. Ma non diventano automaticamente una nuova “intelligenza” parallela, fungibile con il ragionamento astratto, con la memoria di lavoro, con la capacità matematica, con la modellizzazione, con il problem solving tecnico.
Il lessico giusto sarebbe dunque molto meno consolatorio e molto più scientifico: abilità cognitive, tratti di personalità, competenze socio-cognitive, competenze affettive, funzioni esecutive, comportamenti osservabili. Punto. Non occorre chiamare tutto intelligenza. Non chiamiamo “forza emotiva” la capacità di fare squat con 220 chili; non chiamiamo “massa morale” l’ipertrofia del quadricipite; non chiamiamo “resistenza spirituale” il VO2max. Usiamo parole diverse perché parliamo di grandezze diverse. Perché nel dominio cognitivo dovremmo improvvisamente rinunciare a questa igiene concettuale?
Il motivo è evidente: perché la parola intelligenza è gerarchicamente scomoda. Se diciamo che qualcuno è più forte, più alto, più veloce o più resistente, la cosa può dispiacere, ma in qualche modo è socialmente tollerata. Se diciamo che qualcuno è più intelligente in senso propriamente cognitivo, si apre immediatamente il tribunale morale. Allora si cerca di compensare, annacquare, pluralizzare, dissolvere. Non più intelligenza, ma intelligenze. Non più differenze cognitive, ma stili. Non più deficit, ma diversità. Non più competenze misurabili, ma profili narrativi. Il tutto con l’aria molto progressista di chi difende l’umano, mentre spesso si sta semplicemente impedendo una diagnosi corretta del reale.
Questo non significa affatto ridurre il valore della persona al mero QI. Sarebbe una sciocchezza sesquipedale, e non meno rozza. Una persona non è il suo Stanford-Binet, il suo WAIS, il suo SAT, il suo rendimento in analisi matematica o la sua capacità di programmare in C senza produrre memory leak. Una persona è anche carattere, motivazione, storia, disciplina, salute, ambiente, educazione, fortuna, relazioni, senso morale, immaginazione, coraggio, resistenza alla frustrazione. Ma riconoscere tutto questo non autorizza a falsificare il concetto di intelligenza. La dignità della persona non ha bisogno di frodi terminologiche.
E qui arriviamo al secondo mito, simmetrico e altrettanto consolatorio: il falso dualismo tra intelligenza analitica ed empatia. Una fallacia da quattro soldi. Da un lato la retorica delle intelligenze alternative consola chi non eccelle cognitivamente e chi rinuncia ad impegnarsi; dall’altro la retorica del genio freddo consola chi non tollera l’esistenza del genio. Il copione è antico: “sarà anche intelligentissimo, però è arido”; “sarà anche un genio, però non capisce le persone”; “sarà anche capace di risolvere problemi impossibili, però manca di sensibilità”; “sarà anche da Stanford-Binet fuori scala, però emotivamente è un bambino”; “usa solo la razionalità, non ha morale”. Ed ecco che un brillante studente STEM diventa improvvisamente il Dottor Stranamore o qualsiasi altro scienziato pazzo cinematografico nella fantasia distorta di chi ha problemi a capire un’equazione alle differenze.
Talvolta sarà anche vero. Esistono persone intelligentissime e sgradevoli, intelligentissime e narcisistiche, intelligentissime e moralmente mediocri. Nessuna seria teoria dell’intelligenza ha mai sostenuto che il solo QI produca santità. Ma da qui non segue l’opposto caricaturale: che l’elevata intelligenza analitica implichi freddezza, mancanza di empatia, povertà etica, scale assiologiche totalmente sballate o incapacità relazionale. Questa è un’altra fallacia, e spesso una fallacia interessata.
Il soggetto molto intelligente, senza bisogno di tirare in ballo neurodivergenze reali o presunte, può semplicemente fare una cosa che molti trovano irritante: distinguere. Distinguere il vero dal desiderabile. Distinguere il fatto dal valore. Distinguere la diagnosi dalla consolazione. Distinguere la compassione dall’errore metodologico. Distinguere la partecipazione emotiva dall’obbligo di mentire. Distinguere il dolore di una persona dalla validità della sua argomentazione. Distinguere il diritto alla dignità dal diritto ad avere ragione.
Questa non è mancanza di sensibilità. È semplice razionalità adulta. Anzi, in moltissimi frangenti è esattamente ciò che rende possibile un comportamento etico in casi difficili di teoria delle decisioni. Il chirurgo non deve dissolversi emotivamente davanti al paziente. Deve comprenderne la paura e poi operare con precisione. L’auditor non deve commuoversi davanti al reparto in difficoltà e cancellare la non conformità. Deve capire il contesto, documentare correttamente e distinguere l’errore veniale dal rischio sistemico. Il certificatore non deve farsi sedurre dalla cordialità del cliente. Deve mantenere indipendenza di giudizio. L’ingegnere non deve confondere la pressione del management con la sicurezza del ponte, del dispositivo medico o del firmware automotive. Deve dire no, anche quando è sgradevole. In questi casi, l’empatia anteposta alla razionalità non è virtù: è pericolo.
Molti poi scambiano la mancata teatralizzazione del sentimento per assenza del sentimento. È la fallacia dell’istrione: chi mostra, sente; chi non mostra, non sente. Ma la realtà psicologica è molto più complessa. Una persona può non mettere in scena Filumena Marturano o Mamma Roma ad ogni piè sospinto e tuttavia agire con grande correttezza. Può essere riservata, asciutta, analitica, persino tagliente, e tuttavia profondamente leale. Può non usare il lessico dell’accoglienza e tuttavia rispettare davvero l’altro. Può non piangere in pubblico e tuttavia essere quella che resta quando tutti i professionisti della commozione sono già spariti.
La ricerca sulla teoria della mente e sull’empatia cognitiva non autorizza il romanzo popolare secondo cui il cervello analitico sarebbe cieco agli altri. Studi sul Reading the Mind in the Eyes Test e su misure di empatia cognitiva mostrano anzi relazioni positive, sia pure moderate, con misure di capacità cognitiva e istruzione. Questo non significa che il genio logico-matematico sia automaticamente empatico, naturalmente. Significa però che la caricatura opposta non sta in piedi. Capire gli altri è anche un compito cognitivo: richiede linguaggio, inferenza, memoria, contestualizzazione, riconoscimento di pattern, capacità di elaborare stati mentali altrui senza confonderli con i propri.
Anche sulla giftedness, la letteratura è molto più prudente della vulgata. Le revisioni sistematiche non consentono di concludere che l’alta dotazione intellettiva produca di per sé disturbi socio-emotivi, freddezza o disadattamento. Il quadro è eterogeneo: età, strumenti di misura, informatori, contesti educativi, eventuali comorbidità e discrepanze tra abilità verbali e non verbali cambiano radicalmente il quadro. Dunque no: non esiste alcuna licenza scientifica per rappresentare il soggetto molto dotato come naturalmente arido, moralmente sospetto o socialmente incompetente. Oppure come un Rain Man o un detective Monk a tutti i costi.
La doppia mistificazione è allora chiara. Primo mito: chi non possiede elevate capacità cognitive possiede comunque una “intelligenza” alternativa equivalente. FALSO. Secondo mito: chi possiede elevatissime capacità cognitive deve essere compensativamente povero sul piano emotivo, sociale o morale. FALSO.
Il primo mito consola dal basso. Il secondo mito consola di lato. Entrambi evitano di guardare la realtà: le dimensioni umane sono molteplici, ma non sono tutte la stessa dimensione; possono combinarsi in molti modi, ma non si compensano magicamente per decreto lessicale. Si può essere molto intelligenti e molto empatici. Molto intelligenti e poco empatici. Poco intelligenti e molto buoni. Poco intelligenti e anche poco buoni. Socievoli e manipolatori. Introversi e generosi. Caldi e inaffidabili. Freddi e giusti. Affabili e disonesti. Brillanti e disciplinati. Brillanti e inconcludenti. Mediocri e tenaci. Mediocri e presuntuosi. La combinatoria si può sbizzarrire a coprire l’intero spazio disponibile. Non esiste alcuna legge morale di compensazione per cui la natura, come una maestrina elementare in vena di premi di consolazione, toglie da una parte e aggiunge dall’altra. Il mondo reale non è un consiglio di classe da libro Cuore.
Qui Tversky e Kahneman diventano inevitabili. Perché tutta questa retorica non è soltanto un errore tassonomico sulla parola “intelligenza”; è anche una macchina perfetta per alimentare e perpetuare errori di giudizio. Le loro ricerche su euristiche e bias hanno mostrato quanto spesso il giudizio umano sostituisca una domanda difficile con una più facile. Non sappiamo valutare davvero la capacità astrattiva di una persona? Allora valutiamo se “ci sembra” brillante. Non sappiamo misurare competenza, autonomia, capacità di apprendimento, rigore metodologico? Allora ci rifugiamo in impressioni di gradevolezza, scioltezza verbale, simpatia, postura relazionale, “energia”, “mindset”, “attitudine”. È la sostituzione euristica nella sua forma aziendalese: al posto della domanda seria — che cosa sa fare questa persona, quanto rapidamente impara, quanto bene ragiona, quanto regge la complessità? — si risponde a una domanda più comoda: mi piace? mi rassicura? parla come noi? usa il lessico tribale giusto?
Il punto è devastante per la meritocrazia. Una meritocrazia già fragile diventa rapidamente un teatro di impression management, nelle mani di valutatori quasi sempre privi di preparazione scientifica, nel quale la competenza hard viene svalutata come rigidità, la precisione viene scambiata per scarsa flessibilità, il dissenso tecnico per mancanza di team spirit, la lucidità sotto pressione per freddezza, l’indipendenza di giudizio per bassa intelligenza emotiva. A quel punto il mito delle intelligenze alternative non serve più a proteggere i fragili: serve a proteggere le organizzazioni mediocri dal confronto con il talento vero. Se il genio analitico può essere riclassificato come “poco empatico”, “non allineato”, “difficile da gestire”, “poco comunicativo”, allora non occorre più ammettere che l’organizzazione non sa selezionarlo, valorizzarlo o governarlo. Basta spostare il problema su di lui.
È qui che il linguaggio delle PMI meno strutturate e di certa consulenza body rental mostra il suo lato peggiore. Non il linguaggio tecnico della valutazione delle competenze, non l’assessment serio, non la job analysis, non l’analisi del ruolo, non i criteri osservabili, ma il gergo vaporoso: soft skills, proattività, resilienza, mindset, empatia, leadership diffusa, capacità di stare nel gruppo, flessibilità, approccio positivo, ownership, attitude. Tutte parole che possono avere un significato se ancorate a comportamenti verificabili, ma che diventano fumo puro quando servono a coprire selezioni impressionistiche, conformismo organizzativo, acquiescenza gerarchica e fungibilità della manodopera cognitiva.
Nella consulenza body rental il paradosso diventa quasi comico, se non fosse spesso professionalmente tragico. Si cercano profili tecnici complessi, ma li si descrive con un lessico da animazione turistica, da promoter GDO: brillante, dinamico, solare, flessibile, orientato al cliente, capace di lavorare sotto stress, team player. Poi magari il progetto richiede architettura software, modellazione dati, verifica, cybersecurity, normativa, embedded safety, controllo qualità, audit trail, tracciabilità, gestione del rischio. Ma il filtro resta spesso quello dell’affabilità generica e del “fit”. Così l’euristica della simpatia sostituisce la valutazione della competenza, l’effetto alone sostituisce la prova tecnica, la parlantina sostituisce la profondità, la docilità sostituisce l’affidabilità.
Tversky e Kahneman ci insegnano anche questo: gli esseri umani non sono cattivi valutatori perché lo decidono; lo diventano spontaneamente quando non costruiscono procedure robuste. Razionali e quantitative, per l’appunto. Per questo la retorica delle intelligenze alternative non è solo fastidiosamente sciocca: è pericolosa. Perché offre una giustificazione nobile a giudizi già distorti. Trasforma il bias in virtù. L’effetto alone diventa “intelligenza sociale”. La preferenza per chi ci somiglia diventa “cultural fit”. La soggezione davanti al brillante comunicatore diventa “leadership”. Il fastidio verso chi corregge l’errore diventa “mancanza di empatia”. La paura del talento superiore diventa “non adatto al team”.
Una meritocrazia minimamente seria dovrebbe fare il contrario: separare le dimensioni. Usare veri grafici radar/spiderweb. Valutare la competenza tecnica come competenza tecnica. La capacità cognitiva come capacità cognitiva. La cooperazione come cooperazione. L’etica professionale come etica professionale. La comunicazione come comunicazione. La regolazione emotiva come regolazione emotiva. Chiamare le cose col loro nome, senza falsi pudori o timori di “offendere” qualcuno. Non fondere tutto in un brodo semantico dove il candidato mediocre ma gradevole diventa “molto intelligente emotivamente” e il candidato eccezionale ma poco incline alla recita aziendale diventa “problematico”.
Questa confusione non è innocua. Nelle PMI (e talora anche su scala maggiore) produce selezioni peggiori, promozioni peggiori, team peggiori, leadership peggiori. Premia chi sa “performare l’adesione” invece di chi sa produrre valore. Penalizza chi porta diagnosi scomode. Scambia la cooperazione con l’obbedienza, la comunicazione con la seduzione, la flessibilità con la disponibilità a farsi usare, la resilienza con la sopportazione del disordine organizzativo. E alla fine danneggia anche le persone davvero empatiche, davvero cooperative, davvero capaci di relazione, perché le loro qualità vengono annegate nello stesso lessico melassoso con cui si copre la mediocrità.
Il caso italiano rende tutto ancora più urgente. Quando l’OCSE misura literacy, numeracy e adaptive problem solving degli adulti, l’Italia non brilla, per usare un simpatico eufemismo. Siamo sistematicamente nelle retrovie OCSE. Non è questione di snobismo tecnocratico. È questione di capacità elementare di leggere testi complessi, interpretare dati, usare numeri, risolvere problemi a più passaggi, adattarsi a variabili che cambiano. Se in un simile contesto la risposta culturale diventa “però abbiamo altre intelligenze”, siamo davanti a una fuga. Una fuga elegante, magari. Una fuga inclusiva, magari. Ma sempre fuga.
La vera inclusione non consiste nel dire a tutti che possiedono una qualche forma equivalente di intelligenza. Consiste nel riconoscere le differenze reali, sostenere le fragilità, valorizzare le competenze effettive, costruire percorsi adeguati, evitare umiliazioni inutili e soprattutto non mentire. Se un ragazzo ha difficoltà matematiche, va aiutato. Se ha grande sensibilità relazionale, va riconosciuta. Se è cooperativo, va valorizzato. Ma non bisogna dirgli che quella sensibilità è “la stessa cosa” del ragionamento astratto, dell’intuito matematico, della capacità progettuale. Perché non lo è. E prima o poi il mondo fuori dall’aula, dal laboratorio didattico o dal seminario motivazionale presenterà il conto.
Analogamente, se un ragazzo o un adulto ha capacità cognitive eccezionali, non va immediatamente sottoposto al processo morale del “sì, però”. Non va ridotto allo stereotipo del genio disumano. Non va accusato di mancanza di empatia solo perché non confonde la precisione concettuale con la buona educazione, o perché non accetta che il sentimento diventi argomento preponderante quando si parla di scelte razionali. La sensibilità non autorizza l’errore logico. Il dolore non garantisce la verità. La gentilezza non sostituisce la competenza. E la razionalità non è una malattia dell’anima.
Una cultura seria dovrebbe avere il coraggio di dire che non tutto è intelligenza, non tutto è talento, non tutto è leadership, non tutto è empatia. Alcune persone sono competenti. Alcune sono gradevoli. Alcune sono entrambe le cose. Alcune nessuna delle due. Alcune sono bravissime a presentarsi. Alcune sono bravissime a lavorare. Alcune sono difficili perché vedono problemi reali. Alcune sembrano facili perché non ne vedono nessuno. Confondere queste categorie non è inclusione: è cattiva epistemologia applicata alla selezione del personale.
Forse la formula più semplice è questa: non esistono intelligenze consolatorie, e non esiste una colpa morale dell’intelligenza. Esistono capacità cognitive, tratti di personalità, competenze socio-affettive, funzioni esecutive, abitudini morali, comportamenti osservabili, contesti educativi, storie individuali. Esistono persone. Alcune molto capaci in un dominio, meno in un altro. Alcune straordinarie in più domini. Alcune fragili. Alcune normali. Alcune sopravvalutate. Alcune misconosciute. Ma l’unico modo serio per rispettarle è descriverle con parole vere.
La razionalità non è il contrario della sensibilità. È ciò che impedisce alla sensibilità di diventare sentimentalismo, arbitrio, conformismo o ricatto morale. L’empatia non è il contrario dell’intelligenza. È una famiglia complessa di capacità affettive, cognitive e comportamentali, che può convivere benissimo con l’analisi, con il calcolo, con la formalizzazione e con la più severa disciplina della verità. Chi divide la merendina merita approvazione. Chi calcola un problema dei tre corpi merita ammirazione tecnica. Chi fa entrambe le cose merita entrambe le valutazioni. Ma solo una cultura molto confusa può avere bisogno di fingere che siano la stessa cosa.
Per chi volesse partire da un riferimento serio: Lynn Waterhouse, 2006, Multiple Intelligences, the Mozart Effect, and Emotional Intelligence: A Critical Review.