Parafrasando Paolo Rossi e il suo "Si fa presto a dire pirle": si fa presto anche a dire "filosofia".
Ne abbiamo già discusso, e ne parleremo ancora, temo, perché le obiezioni degli STEM (che vengano da un Liceo scientifico o piuttosto dall'ITIS) sono sempre le stesse quando si inizia ad affrontare la componente filosofica delle discipline formali. Per molti, troppi lettori e studenti andragogici la parola continua a evocare la tristissima storia delle idee ammannita nell'ora di "filosofia": una successione ordinata di autori, scuole, formule memorabili come slogan, grandi opposizioni e passaggi canonici, con l'aggravante che quasi sempre viene arrestata proprio là dove la filosofia contemporanea comincia davvero. Il Wiener Kreis, la fenomenologia, la filosofia continentale, l’analisi del linguaggio, la logica matematica e la filosofia della scienza non sono l’ultima cornice di una vicenda conclusa: sono, semmai, alcune delle soglie attraverso cui la filosofia entra nella sua modernità tecnica.
Ancora meno la filosofia può essere identificata con la sua immagine pubblica più rumorosa: l’intellettuale schierato, il commentatore organico, la presenza stabile nei salotti televisivi e nelle grandi pagine d’opinione. Quella figura appartiene alla sociologia della comunicazione culturale, non alla definizione della disciplina. Può parlare di filosofia, può usare parole filosofiche, può perfino occupare lo spazio pubblico in nome della filosofia; ma non per questo rappresenta la filosofia nel suo insieme, e tanto meno la filosofia formale.
Una conseguenza decisiva della modernità è infatti la specializzazione. La filosofia, come la matematica, la medicina, l’ingegneria o le scienze sperimentali, non è più un blocco indifferenziato. Nessuno confonderebbe l’ingegneria delle grandi opere, dei ponti, delle navi, dei treni e delle infrastrutture con l’ingegneria elettronica, informatica o embedded. Nessuno confonderebbe il neurologo con l’urologo, il fisiatra con lo psichiatra, il dermatologo con l’anatomopatologo. Se un dolore ricorrente alla caviglia compare quando si appoggia il piede a terra, non si cerca normalmente un andrologo, una dietologa o un internista. Si cerca il reparto pertinente.
Lo stesso vale, a maggior ragione, per la filosofia. Se il problema riguarda verità, validità, conseguenza, dimostrazione, completezza, decidibilità, modello, riferimento, conferma o falsificabilità, non ci si rivolge genericamente a “un filosofo”, come se il nome designasse una competenza uniforme. Si entra in un territorio preciso: filosofia della logica, filosofia della matematica, filosofia della scienza, semantica formale, teoria dei modelli, teoria della dimostrazione, epistemologia formale. Altri settori della filosofia trattano problemi diversi, con strumenti diversi e con criteri diversi di controllo. E se il barone della fisiatria normalmente non saprebbe che pesci prendere davanti ad un rush cutaneo, se non spedirvi dalla dermatologa, state pur certi che il filosofo morale o l'ermeneuta, mediamente, è proprio il meno adatto a dirimere una questione di semantica modale temporale o di confermabilità.
Il giudizio del non specialista che parla da fuori del proprio campo appartiene spesso più alla sociologia accademica che alla valutazione razionale. Il prestigio acquisito in un settore non si trasferisce automaticamente a un altro. Quando ciò accade, non siamo davanti a una superiore sintesi dello spirito, ma alla consueta fallacia d’autorità: l’autorevolezza reale in un dominio viene impropriamente usata come garanzia in un dominio differente.
Fuori dai radar generalisti e dalla formazione scolastica ordinaria esiste dunque una costellazione di campi tecnici nei quali il logico e il filosofo formale sono due facce della stessa moneta. La loro relazione non è diversa, per struttura, da quella tra fisico e chimico quando si dividono, con ampie zone di sovrapposizione, lo studio delle interazioni atomiche e molecolari. Il logico non può ignorare che cosa significhino verità, validità, modello e conseguenza; il filosofo formale non può trattare questi concetti senza conoscere gli strumenti logici che li rendono determinati.
La locuzione usata è più che appropriata: la filosofia formale e tecnica non è separabile dalla logica più di quanto lo siano le due facce di una moneta di conio. La logica non è un accessorio metodologico, né una decorazione simbolica applicata dall’esterno a problemi già costituiti. È l’infrastruttura stessa entro cui quei problemi vengono resi trattabili: verità, validità, conseguenza, dimostrazione, modello, riferimento, identità, possibilità, necessità, definibilità, decidibilità. La filosofia formale formula le domande; la logica ne fornisce il linguaggio operativo, il banco di prova e spesso la forma stessa della risposta.
Queste domande non sono facoltative. Chi pratica seriamente la logica non può dichiarare indifferenza verso nozioni come verità, validità, conseguenza, dimostrazione, modello, soddisfacimento, riferimento. Non si tratta di aggiungere filosofia dall’esterno a un calcolo già autosufficiente; si tratta di comprendere il significato degli strumenti che si usano. Chi non comprende queste distinzioni non sta facendo logica in senso pieno: sta solo manipolando notazione. Non si può evitare di "sporcarsi le mani" con gli aspetti filosofici.
Oggi il filosofo formale dimostra teoremi, costruisce semantiche, confronta sistemi, studia modelli, analizza nozioni di prova, conseguenza, definibilità, computabilità, riferimento e decisione. Maneggia teorie simboliche raffinate e si muove in una rete di specializzazioni sottili: logiche modali, non classiche, paraconsistenti, intuizioniste, deontiche, epistemiche, temporali, rilevanti; teoria dei modelli, teoria della dimostrazione, ontologia formale, filosofia della computazione, teoria dell’argomentazione, belief revision, formal concept analysis. Qui la filosofia non è una retorica generale sulla cultura, ma una meccanica fine della razionalità.
Questa articolazione permette anche di comprendere la piramide aletica della modernità. Al vertice stanno logica e matematica, dove verità, validità e conseguenza vengono trattate come invarianti formali: una volta fissati linguaggio, regole, semantica e assiomi, ciò che segue segue. Subito sotto si collocano le scienze fisico-matematiche, nelle quali la forma teorica deve incontrare misura, esperimento, idealizzazione e predizione. Seguono le scienze statistiche e causali, dove il vero assume il profilo della stima, della robustezza, dell’intervallo, della probabilità condizionata e dell’identificazione. Più oltre troviamo le discipline descrittive, storiche e ricostruttive, nelle quali contano documenti, tracce, classificazioni, abduzioni e migliori spiegazioni disponibili. Infine, nei domini della prassi, della norma e del dissenso, la razionalità prende la forma dell’argomentazione, della decisione sotto incertezza, della revisione delle credenze e della gestione pubblica degli impegni.
La gerarchia non distingue saperi nobili e saperi minori. Distingue regimi diversi di necessità, controllo, evidenza e invarianza. Un teorema non possiede lo stesso statuto di una legge fisica; una legge fisica non possiede lo stesso statuto di una regolarità statistica; una ricostruzione storica non possiede lo stesso statuto di un esperimento ripetibile; una decisione pratica sotto informazione incompleta non possiede lo stesso statuto di una dimostrazione. Ma nulla di questo autorizza il relativismo. Significa soltanto che la razionalità moderna non è monolitica: dispone di strumenti differenti per oggetti differenti.
In questa architettura, anche la questione della scientificità non si riduce alla parola d’ordine della falsificabilità. Popper ha avuto il merito di imporre il problema del rischio empirico di una teoria: una costruzione che non espone mai se stessa a possibili urti con l’esperienza non appartiene ancora, in senso pieno, alla scienza empirica. Carnap aveva però mostrato che il controllo scientifico passa anche attraverso confermabilità, linguaggi osservativi e teorici, regole di corrispondenza, gradi di sostegno empirico. Quine ha reso il quadro meno ingenuo, ricordando che non si sottopone mai a prova un enunciato isolato, ma un intero blocco di teoria, ipotesi ausiliarie, strumenti e assunzioni di sfondo. Kuhn ha aggiunto la dimensione storico-disciplinare: le teorie vivono dentro paradigmi, pratiche, esempi, tecniche e criteri condivisi.
Lakatos permette di evitare la falsa alternativa tra falsificazione istantanea e relativismo dei paradigmi. Una teoria scientifica non è una proposizione isolata che cade al primo controesempio, ma un programma di ricerca con un nucleo, una cintura protettiva di ipotesi ausiliarie e una traiettoria progressiva o degenerativa. Feyerabend, se letto con disciplina, ricorda invece che il metodo scientifico non è un catechismo unico e immobile: la storia reale della scienza è più ricca, più irregolare e più inventiva delle sue ricostruzioni scolastiche. Questo non autorizza il relativismo, ma argina ulteriormente il feticismo del "metodo scientifico" unico, salvifico, dogmatico già combattuto da Kuhn.
Il quadro si allarga ulteriormente quando si entra nella matematica e nell’informatica. Con Lakatos, la matematica stessa appare come attività fallibile, correttiva, storicamente raffinata attraverso congetture, controesempi, revisioni e riformulazioni. Con Chaitin, i limiti formali assumono una veste algoritmico-informazionale: incomprimibilità, casualità, complessità e indecidibilità mostrano che anche nel regno della dimostrazione esistono frontiere non riducibili a semplice routine deduttiva. Con Bishop e il costruttivismo, infine, la prova torna a essere costruzione effettiva: non basta affermare che un oggetto esiste; occorre indicare come ottenerlo, manipolarlo, verificarlo.
Da qui il passaggio all’informatica teorica e alla computer science è naturale. Proof assistants, model checking, SAT e SMT solving, verifica formale, calcolo simbolico, algoritmi probabilistici ed esperimenti computazionali mostrano una forma moderna di fallibilismo operativo: non la resa della ragione, ma la sua disciplina dentro procedure esplicite, controllabili, ripetibili, correggibili. La razionalità formale non si oppone all’esperimento; quando entra nel dominio computazionale, lo reinventa.
La filosofia della logica è dunque soltanto una parte di un arcipelago più vasto. Ogni disciplina formale matura produce, volente o nolente, il proprio duale filosofico: la logica genera domande su verità, validità e conseguenza; la matematica su prova, oggetto, struttura e infinito; l’informatica teorica su algoritmo, computazione, correttezza e complessità; la probabilità su conferma, inferenza, rischio e decisione; il linguaggio su riferimento, significato, contesto e intensionalità; la fisica teorica su legge, modello, misura, simmetria e spiegazione. Questi duali non sono ornamenti esterni, ma forme di autocoscienza tecnica delle rispettive discipline.
L’arcipelago è inoltre interconnesso. La filosofia della matematica comunica con la logica; la logica comunica con l’informatica teorica; la computazione comunica con semantica, prova e complessità; la probabilità comunica con decisione, causalità e conferma; l’ontologia formale comunica con linguaggio, modello, identità e mereologia. Non esistono compartimenti stagni, ma regioni specializzate di un medesimo spazio concettuale. La filosofia formale nasce proprio in questo spazio: non come commento letterario sulle scienze formali, ma come indagine tecnica sulle loro condizioni di significato, validità, applicazione e limite.
Il modo migliore per correggere un equivoco non è sempre confutarlo frontalmente. Talvolta basta aprire il cofano. Chi si avvicina alla filosofia immaginando di trovarvi un repertorio di opinioni generali, suggestioni scolastiche, affumicature, posture culturali o nebbie televisive deve poter vedere, senza proclami, la macchina reale: verità tarskiana, semantica dei modelli, validità, conseguenza, completezza, decidibilità, mondi possibili, logiche non classiche, teoria dell’argomentazione, revisione delle credenze, decisione razionale, strutture concettuali. Non occorre deridere l’equivoco: basta mostrare il dodici cilindri.
Questa è la filosofia tecnica, la filosofia formale. Non esaurisce tutta la filosofia, né pretende di sostituire le forme storiche, ermeneutiche, politiche, estetiche o fenomenologiche dell’indagine filosofica. Ma quando si parla di verità, prova, conseguenza, modello, significato, riferimento, conferma, norma e decisione, essa è il reparto competente. Giudicarla attraverso l’immagine scolastica o televisiva della filosofia è come giudicare l’ortopedia dopo aver sbagliato piano in ospedale ed essere finiti alla nursery: il reparto ortopedia non lo si è neppure visto.
Detto questo, esistono filosofi volutamente affumicati, sopravvalutati, alfieri di una cattiva filosofia (spesso pure fuori tempo massimo), filosofi fraintesi, filosofi che avevano ben poco da dire e l'hanno detto nel peggior modo possibile. Esiste cattiva filosofia, così come esiste cattiva scienza, sulla quale però è più facile ridere e divertirsi tramite iniziative come i premi IG-Nobel e altra ironia nerdy. Il punto è che non si può buttare il proverbiale bambino assieme all'acqua sporca.