venerdì 31 luglio 2026

Matematica... senza numeri.

Prendo in prestito il titolo di un agilissimo libretto divulgativo che però, nei contenuti, non rispecchia esattamente ciò che il sottoscritto pensa quando sente parlare di matematica senza numeri.

Quando si dice “matematica”, il pubblico colto pensa quasi sempre ai numeri, all’analisi, all’algebra lineare e matriciale, alla probabilità, alla statistica. Numeri reali, funzioni, derivate, integrali, matrici, distribuzioni, grafici, regressioni, reti neurali, modelli predittivi. In soldoni: “quella roba che si studia a scuola e all’Università”.

È comprensibile. Per secoli, nella formazione tecnica, la matematica è stata presentata soprattutto come arte del calcolo; a fortiori nel mondo anglosassone, dove l’analisi stessa diventa calculus, nel bene e nel male — per quest’ultimo si può sempre andare a rileggere il magnifico How to Write Mathematics di Paul Halmos.

Calcolare bene. Stimare bene. Approssimare bene. Interpolare bene. Ottimizzare bene.

Tutto vero.

Ma non è tutto.

Esiste una vastissima regione della matematica nella quale i numeri non sono i protagonisti principali. È fatta di insiemi, relazioni, ordini, reticoli, grafi, alberi, parole, formule, termini, chiusure, implicazioni, algebre, morfismi, strutture finite, matrici booleane, funzioni logiche, concetti formali.

È una matematica apparentemente meno “numerica”, ma essenziale per comprendere la computazione, la logica, l’organizzazione dell’informazione, la verifica dei sistemi, la rappresentazione della conoscenza, la progettazione degli algoritmi, le basi di dati, la classificazione, l’analisi dei requisiti, il ragionamento automatico e molta parte dell’odierna intelligenza artificiale, ovvero la reginetta del ballo, la queenie delle cheerleader - almeno fino al prossimo cambio di moda, beninteso.

Prima di cominciare il nostro veloce giro turistico, dunque, conviene aprire la carta geografica.

La mappa del viaggio

Attraverseremo diversi continenti matematici che nei corsi universitari più gettonati vengono normalmente presentati come territori separati (o, peggio, del tutto ignorati):

  • insiemi, relazioni, grafi e matrici booleane;
  • ordini parziali, chiusure, reticoli e formal concept analysis;
  • logica, algebra universale e logica algebrica;
  • teoria della dimostrazione, Curry–Howard e Herbrand;
  • reverse mathematics e forza assiomatica dei teoremi;
  • teoria dei modelli e teoria dei modelli finiti;
  • combinatoria, strutture finite e complessità computazionale.

La tesi sarà che non stiamo realmente visitando sette continenti indipendenti. Stiamo invece osservando la stessa geografia strutturale da sette punti di vista diversi.

Il problema dei compartimenti stagni

Queste discipline vengono infatti quasi sempre insegnate per silos.

La teoria elementare degli insiemi? Nel primo capitolo, spesso attraversato in fretta. La logica proposizionale e predicativa? In un corso di logica matematica, oppure come propedeutica all’informatica teorica. I grafi? Algoritmica e matematica discreta. I reticoli? Qui le cose vanno anche peggio: compaiono organicamente, se va bene, in qualche esame avanzato di algebra o in un raro corso di teoria dell’ordine.

L’algebra universale rimane generalmente confinata al settore specialistico. La formal concept analysis è una “modernità” ignota alla maggior parte dei laureati STEM. Le matrici booleane vengono spesso trattate come una variante povera delle “vere” matrici numeriche.

E poi ci sono le relazioni binarie, l’ectoplasma ubiquitario della matematica discreta: compaiono prima nei corsi elementari, poi nei database, poi nei grafi, poi nei preorder, poi nelle congruenze, quasi sempre come se ogni apparizione appartenesse a una specie differente.

Le funzioni booleane subiscono un destino analogo. Elettronica digitale, logica, complessità computazionale, teoria dei circuiti, BDD, algoritmi SAT: una ridda di formalismi, notazioni e linguaggi che raramente vengono ricondotti a un ecosistema unitario.

Questa frammentazione può essere didatticamente comoda.

Concettualmente, però, è disastrosa.

E non serve andare a cercare l’eccezione del docente illuminato che introduce trenta pagine di teoria dell’ordine nelle dispense della magistrale e magari fa studiare anche qualche capitolo del Davey-Priestley, o dello studente particolarmente brillante che intercetta queste connessioni nella propria tesi. Il problema è la norma, non l’eccezione o il singolo controesempio. Ed è una norma che attraversa ormai parecchie generazioni di professionisti STEM.

0. Il vero protagonista: il criptomorfismo

Il nucleo della matematica discreta moderna non è un elenco di argomenti. È una rete di criptomorfismi.

Un criptomorfismo, nel senso più fecondo del termine associato alla tradizione di Garrett Birkhoff e Gian-Carlo Rota, non consiste semplicemente nello scrivere un isomorfismo particolarmente elegante. Consiste nel riconoscere che uno stesso oggetto matematico può presentarsi sotto forme differenti, ciascuna delle quali rende visibili proprietà che nelle altre rappresentazioni rimangono nascoste.

Una famiglia di sottoinsiemi può diventare una matrice booleana.

Una relazione binaria può diventare un grafo diretto.

Un grafo può diventare una matrice di adiacenza.

Una chiusura può diventare una famiglia di insiemi chiusi.

Una famiglia di insiemi chiusi può diventare un reticolo.

Un reticolo può essere studiato attraverso il proprio ordine, attraverso ideali e filtri, elementi irriducibili, congruenze, operatori di chiusura.

Una teoria implicazionale può generare una chiusura.

Una chiusura può descrivere dipendenze funzionali, conseguenze logiche, vincoli, concetti, attributi, proprietà invarianti.

Cambia il linguaggio. Cambia la notazione. Cambia il manuale.

La struttura profonda rimane.

Questo è uno dei punti che più spesso manca nella formazione STEM contemporanea. Abbiamo prodotto generazioni di tecnici perfettamente capaci di manipolare matrici reali, distribuzioni di probabilità, regressioni, big data e reti neurali, ma molto meno allenati a riconoscere la medesima struttura quando passa da una tabella a una relazione, da una relazione a un grafo, da un grafo a un ordine, da un ordine a un reticolo, da un reticolo a una logica, da una logica a un sistema di implicazioni, da un sistema di implicazioni a un algoritmo di chiusura.

Eppure la computazione reale vive precisamente lì.

Un database relazionale non è anzitutto una collezione di numeri: è una struttura di relazioni.

Un sistema di tipi è una disciplina formale di classificazione, inferenza e compatibilità.

Un compilatore manipola alberi sintattici, grammatiche, termini, regole di riscrittura, grafi di controllo, reticoli di analisi statica.

Un sistema di verifica esplora stati, transizioni, invarianti, formule e modelli.

Un algoritmo SAT manipola strutture combinatorie di formule booleane.

Un BDD è una rappresentazione canonica compressa di una funzione logica.

Un sistema di classificazione non è soltanto statistica: è anche ordine, inclusione, dipendenza, gerarchia.

La matematica senza numeri non sostituisce la matematica con i numeri.

La affianca e ne completa la grammatica.

1. Primo continente: ordine, chiusura, reticoli

Il caso della formal concept analysis, FCA, è quasi paradigmatico.

Si parte da un’idea elementare: abbiamo oggetti, attributi e una relazione che specifica quali oggetti possiedano quali attributi.

Da questa struttura apparentemente modesta nasce un intero universo matematico.

Un concetto formale è una coppia costituita, da un lato, dall’insieme degli oggetti che condividono certi attributi e, dall’altro, dall’insieme degli attributi comuni a quegli oggetti.

No, non è psicologia dozzinale da rotocalco. Non è vaghezza semantica. È una definizione matematica rigorosa, computabile e replicabile.

Da questa definizione emerge un reticolo dei concetti.

Ed è qui che avviene il salto concettuale.

Una tabella oggetti-attributi diventa una struttura d’ordine. La classificazione non è più un elenco arbitrario di categorie, ma una struttura nella quale concetti più generali e più specifici sono collegati rigorosamente.

L’analisi dei dati diventa analisi delle implicazioni.

Se tutti gli oggetti che possiedono gli attributi A e B possiedono anche C, otteniamo una regola implicazionale. Le implicazioni generano chiusure. Le chiusure determinano insiemi chiusi. Gli insiemi chiusi ordinati per inclusione formano reticoli.

E improvvisamente siamo dentro una delle strutture portanti dell’algebra, della logica e dell’informatica teorica.

Non è un dettaglio specialistico. È un nodo centrale.

La FCA mostra con una chiarezza quasi brutale che classificare non significa semplicemente apporre etichette. Significa costruire una struttura di dipendenze. Capire quali proprietà ne implicano altre. Individuare gerarchie non arbitrarie. Trasformare dati grezzi in una mappa concettuale formalmente controllabile.

In altre parole: passare dalla tabella alla teoria.

Ecco perché questo mondo dialoga così naturalmente con knowledge representation, ontologie, knowledge graph, basi di conoscenza e sistemi ibridi che gravitano oggi attorno all’intelligenza artificiale.

È precisamente il tipo di passaggio che uno STEM del terzo millennio dovrebbe essere allenato a riconoscere.

2. Secondo continente: quando la logica diventa geometria dell’inferenza

La teoria dei reticoli, in questa prospettiva, smette di essere una curiosità algebrica e diventa una grammatica generale dell’organizzazione.

L’insieme delle parti di un insieme, ordinato per inclusione, è un reticolo booleano completo; più in generale, opportune famiglie di insiemi, ordinate per inclusione e dotate dei necessari infimi e supremi, formano reticoli. Le proposizioni ordinate attraverso l’implicazione generano reticoli. Le partizioni possono essere ordinate per raffinamento. Famiglie chiuse, ideali, filtri, congruenze e molte altre costruzioni parlano il linguaggio dell’ordine.

Uno dei luoghi in cui questa costellazione diventa particolarmente impressionante è il rapporto tra logica e teoria dei reticoli.

A prima vista sembrano discipline lontane. La logica parla di proposizioni, dimostrazioni, conseguenze, modelli, verità, inferenza. La teoria dei reticoli parla di ordini parziali, estremi superiori e inferiori, chiusure, ideali, filtri e congruenze.

Ma gran parte di questa distanza è un effetto della didattica. In profondità, moltissima logica è teoria dell’ordine e moltissima teoria dei reticoli è logica cristallizzata in forma algebrica. La logica è (anche) una teoria dei reticoli.

Prendiamo un sistema logico. Le formule possono essere ordinate mediante l’implicazione, scegliendo opportunamente la convenzione. La congiunzione e la disgiunzione assumono allora il ruolo di operazioni reticolari. Il falso e il vero diventano estremi della struttura.

Se identifichiamo le formule logicamente equivalenti otteniamo un oggetto algebrico: l’algebra di Lindenbaum–Tarski. Nella logica proposizionale classica incontriamo algebre booleane. Nella logica intuizionista incontriamo algebre di Heyting. Nelle logiche modali, temporali, descrittive e dinamiche compaiono operatori addizionali, strutture relazionali, algebre booleane con operatori e costruzioni affini.

La deduzione può essere letta come ordinamento. La conseguenza come chiusura. La teoria come insieme chiuso — e, nelle opportune presentazioni algebriche, come filtro. L’equivalenza logica come congruenza. Non è una metafora suggestiva da usare alla lavagna. È struttura.

Ogni volta che diciamo “da queste premesse segue questa conclusione” stiamo implicitamente parlando di un operatore di conseguenza. Dal punto di vista strutturale, un tale operatore si comporta come un operatore di chiusura: prende un insieme di formule e restituisce tutto ciò che ne segue.

Le teorie sono precisamente gli insiemi chiusi rispetto a questa operazione. E gli insiemi chiusi, ordinati per inclusione, formano naturalmente strutture reticolari. Conseguenza, chiusura, ordine, reticolo.

Ancora la stessa figura.

A questo punto la logica smette di apparire come una raccolta di regolette sintattiche vecchie quanto Aristotele e diventa qualcosa di molto più interessante:

una geometria dell’inferenza.

3. Terzo continente: algebra universale e logica algebrica

Il passo successivo conduce direttamente all’algebra universale.

L’algebra universale non studia questo o quel particolare gruppo, anello, reticolo, monoide o semigruppo. Cerca la forma comune dietro queste costruzioni.

Che cosa significa avere un insieme dotato di operazioni? Che cosa significa che certe identità valgono? Che cosa sono termini, equazioni, sottostrutture, prodotti, omomorfismi, quozienti, congruenze? Quali proprietà dipendono dalla firma? Quali dalle identità? Quali sono preservate da prodotti, sottostrutture e immagini omomorfe?

La logica algebrica porta queste domande dentro i sistemi deduttivi.

La logica classica può essere rappresentata attraverso algebre booleane. Quella intuizionista attraverso algebre di Heyting. Varie logiche modali attraverso opportune espansioni algebriche.

La logica algebrica universale compie poi un passo ulteriore: studia sistematicamente quando e in quale senso un sistema deduttivo possa essere algebrizzato, quali informazioni deduttive corrispondano a informazioni equazionali, quali filtri logici corrispondano a congruenze e quali classi algebriche rappresentino determinate forme di ragionamento.

Qui i due linguaggi — logico e algebrico — non sono semplicemente accostati.

Spesso si traducono l’uno nell’altro.

Le formule diventano termini. Le equivalenze deduttive diventano congruenze. Le regole logiche diventano proprietà algebriche. Le teorie assumono comportamento filtrale. Le classi di modelli algebrici si organizzano in varietà o quasivarietà.

Naturalmente non tutte le logiche sono algebrizzabili allo stesso modo. Ed è proprio qui che la teoria si fa interessante: esistono gradi, condizioni, casi forti e casi deboli. Alcune logiche possiedono una controparte algebrica quasi perfetta; altre richiedono strumenti più fini; altre mostrano precisamente il punto nel quale la corrispondenza si incrina.

La lezione generale, però, rimane. La logica non vive isolata. Ha una struttura algebrica, ordinata, reticolare e modellistica.

4. Quarto continente: le dimostrazioni sono oggetti

Esiste poi un territorio che rimane quasi completamente invisibile alla maggior parte dei professionisti STEM: la teoria della dimostrazione.

Di solito si pensa alla dimostrazione come a un prodotto finito: un testo, una successione di passaggi, una giustificazione scritta di un teorema.

La logica moderna ha insegnato invece a guardare le dimostrazioni come oggetti matematici.

Non soltanto strumenti per raggiungere una verità, ma strutture formali che possono essere trasformate, normalizzate, confrontate e studiate.

Una dimostrazione possiede una forma. Una complessità. Regole di costruzione. Riduzioni. Possibili eliminazioni di passaggi intermedi. Contenuto computazionale.

Qui entrano Hilbert, Gentzen, Gödel, Herbrand, Kleene, Prawitz, Girard, Troelstra, Schwichtenberg, Wainer e molti altri. Non come medagliere storico da blog “scientifico”, non come namedropping per una sfilza di teoremi più o meno famosi da sciorinare in sede di esame, ma come coordinate di una geografia storica e concettuale.

Gentzen, attraverso il calcolo dei sequenti e l’eliminazione del taglio, mostra che le dimostrazioni hanno una dinamica interna.

Prawitz e la deduzione naturale mettono al centro la forma dell’inferenza e la normalizzazione.

Girard, attraverso la logica lineare, mostra che persino le risorse logiche possono essere trattate strutturalmente.

Per uno STEM abituato a pensare agli algoritmi come oggetti analizzabili, tutto questo dovrebbe essere quasi naturale.

Se un algoritmo può essere studiato in termini di struttura, costo, normalizzazione, trasformazione e correttezza, perché una dimostrazione dovrebbe essere soltanto il certificato finale destinato a convincere un lettore?

Anche la prova possiede un’architettura.

Proposizioni come tipi, dimostrazioni come programmi

Qui incontriamo una delle idee più profonde della logica del Novecento: la corrispondenza di Curry–Howard.

Le proposizioni possono essere viste come tipi e le dimostrazioni come programmi. Dimostrare una proposizione significa costruire un termine del tipo corrispondente. La normalizzazione della prova corrisponde all’esecuzione o alla semplificazione del programma.

L’implicazione corrisponde al tipo funzione. La congiunzione al prodotto. La disgiunzione alla somma. L’assurdo al tipo vuoto.

Non è la solita vaga analogia pedagogica da manuale undergrad americano. È una corrispondenza tecnica, rigorosa e straordinariamente fertile, che attraversa logica intuizionista, lambda-calcolo, teoria dei tipi, linguaggi funzionali e proof assistant quali Coq, Agda, Lean e Isabelle.

A questo punto la formula proofs as programs smette di essere uno slogan.

La dimostrazione è computazione. Il programma è dimostrazione. Il tipo è specifica.

La correttezza non deve necessariamente essere appiccicata al programma dopo la sua costruzione come certificazione esterna: può essere incorporata nella costruzione stessa dell’oggetto.

Per chi lavora con software, sistemi critici, linguaggi, compilatori e specifiche formali, questa è una conferma operativa — senza alcuna necessità di trasformare ogni ingegnere in uno specialista di teoria dei tipi.

Herbrand: dai quantificatori alla combinatoria

Accanto a Curry–Howard va ricordato il teorema di Herbrand, uno dei più grandi ponti tra logica del primo ordine, combinatoria e computazione.

In termini estremamente generali, il teorema mostra come, in opportune condizioni e forme, il problema logico del primo ordine possa essere riportato a famiglie di istanze proposizionali costruite dai termini del linguaggio.

Una parte del ragionamento quantificato viene così ricondotta a un problema combinatorio di istanziazione.

Questo non rende magicamente "facile" la logica del primo ordine FOL. Spiega però perché il legame tra quantificatori, termini, sostituzioni, alberi di ricerca, dimostrazione automatica e calcolo simbolico sia tanto profondo.

Herbrand è uno dei punti nei quali diventa evidente che la logica non è un ornamento filosofico.

È una tecnologia concettuale che trasforma problemi di conseguenza in problemi di costruzione, enumerazione, istanziazione e ricerca.

Dalla risoluzione ai tableaux, dai prover automatici ai sistemi di riscrittura, quel nucleo continua a riapparire.

5. Quinto continente: quanto “costa” un teorema?

Esiste poi una disciplina dal nome quasi paradossale: la reverse mathematics.

La matematica ordinaria procede, almeno idealmente, in avanti: scegliamo assiomi e regole e da questi dimostriamo teoremi.

La reverse mathematics rovescia la domanda.

Dato un teorema della matematica ordinaria, quali assiomi sono realmente necessari per dimostrarlo?

Non "quali assiomi usiamo tradizionalmente", magari in modo enormemente sovrabbondante, come sembrano suggerire certe monografie: genuflessione all'altarino dei Padri Fondatori, manciata di assiomi storici buttati lì senza la minima giustificazione logica come un reliquiario medievale, e poi via a testa bassa con definizione-teorema-dimostrazione-corollari-GOTO10, per 480 pagine.

Parliamo di quali assiomi servono davvero. Qual è la forza logica esatta del risultato?

È una domanda straordinaria perché costringe a guardare un teorema non soltanto come una proposizione vera, ma come un oggetto dotato di un peso fondazionale, dimostrativo e computazionale.

Un teorema di analisi, combinatoria, algebra, teoria degli ordini, teoria dei grafi o topologia può rivelarsi equivalente — sopra un opportuno sistema base — a un principio di comprensione, compattezza, ricorsione o scelta.

A quel punto il teorema smette di essere un risultato isolato. Diventa una misura tecnica della struttura logica necessaria per ottenerlo.

Il programma inaugurato da Harvey Friedman e sistematizzato in maniera canonica da Stephen Simpson ha mostrato quanto questa prospettiva sia fertile. Attorno a esso si intrecciano computabilità, proof theory, combinatoria, teoria dei modelli computabile, analisi costruttiva e il lavoro di numerosi logici contemporanei.

Il quadro classico opera spesso entro sottosistemi dell’aritmetica del secondo ordine, usata come laboratorio sufficientemente espressivo per codificare una quantità sorprendente di matematica ordinaria: insiemi di naturali, successioni, alberi, grafi numerabili, funzioni, relazioni e molte strutture discrete.

Dentro questo laboratorio emergono i celebri Big Five, cinque grandi sistemi assiomatici nei quali ricadono, per rigorose equivalenze sopra un sistema base, moltissimi teoremi della matematica corrente.

La reverse mathematics insegna così che i teoremi hanno una specie di fisiologia logica.

Alcuni sono assiomaticamente deboli ed effettivi. Altri richiedono principi non costruttivi, forme di compattezza, di comprensione o di ricorsione più potenti.

Non basta domandare se un teorema sia vero. Possiamo domandare quanto costa ottenerlo.

Per uno STEM il parallelismo dovrebbe essere immediato. In ingegneria chiediamo quanto costa un algoritmo: tempo, memoria, scalabilità, precisione, stabilità, robustezza.

La reverse mathematics pone la stessa domanda, su un altro livello:

  • Quali risorse logiche sto consumando?
  • Posso ottenere il risultato in un sistema assiomaticamente più debole?
  • La dimostrazione contiene informazione computazionale estraibile?
  • Utilizza principi non costruttivi eliminabili, oppure quei principi sono davvero indispensabili?

Qui il dialogo con il proof mining, associato in particolare al lavoro di Ulrich Kohlenbach, diventa naturale: da dimostrazioni apparentemente non costruttive, puramente esistenziali, si possono talvolta estrarre ugualmente limiti quantitativi, algoritmi, tassi di convergenza e altra informazione computazionale.

Ancora una volta la prova, la dimostrazione formale, non è soltanto garanzia di verità. È un oggetto da analizzare.

6. Sesto continente: dai linguaggi ai modelli

La logica, naturalmente, non è soltanto teoria delle dimostrazioni. È anche teoria dei modelli.

Se la proof theory guarda alle prove, la model theory guarda alle strutture nelle quali le formule vengono interpretate. Una formula non vive nel vuoto. Viene interpretata sopra un dominio, con relazioni, funzioni, costanti e operazioni.

La teoria dei modelli studia precisamente il rapporto tra linguaggi formali e strutture matematiche.

  • Che cosa può esprimere un linguaggio?
  • Quali strutture soddisfano una teoria?
  • Quando due strutture sono indistinguibili dal punto di vista del linguaggio considerato?
  • Che cosa significa definire una proprietà?
  • Quali proprietà sono preservate da determinate costruzioni?
  • Che cosa può essere detto all’interno di un formalismo e che cosa ne rimane necessariamente fuori?

Da Tarski a Robinson, da Łoś a Chang e Keisler, da Hodges a molte delle sistemazioni moderne, la teoria dei modelli ha trasformato queste domande in un enorme programma matematico.

Per uno STEM possiede inoltre un valore metodologico fondamentale: insegna a non confondere il linguaggio con la struttura.

  • Una cosa è la sintassi con cui descriviamo un sistema. Un’altra è il sistema interpretato.
  • Una cosa è una specifica. Un’altra è la classe dei modelli che la soddisfano.
  • Una cosa è scrivere vincoli. Un’altra è capire quali strutture li realizzano.
  • Una cosa è la deduzione sintattica. Un’altra è la soddisfacibilità semantica.

Questa distinzione è centrale per database, ontologie, formal methods, semantica dei linguaggi, knowledge representation, verifica e sistemi di regole.

Il caso decisivo delle strutture finite

E poi arriva la teoria dei modelli finiti. La teoria dei modelli classica ha lavorato con straordinaria potenza su strutture infinite. L’informatica, però, lavora continuamente con oggetti finiti: database, grafi, automi, macchine a stati, istanze combinatorie, strutture di memoria, modelli finiti di sistemi.

La finite model theory nasce precisamente dall’esigenza di studiare la logica sopra strutture finite, dove molte proprietà della teoria classica cambiano radicalmente. Qui incontriamo Fagin, Immerman, Vardi, Libkin, Grädel, Ebbinghaus, Otto, Dawar e molti altri.

Ed emerge una delle connessioni più eleganti dell’informatica teorica moderna: quella tra espressività logica e complessità computazionale.

Il teorema di Fagin, per esempio, lega NP alla logica esistenziale del secondo ordine sulle strutture finite. Il filone Immerman–Vardi mette in relazione logiche a punto fisso e calcolo in tempo polinomiale sopra strutture finite opportunamente ordinate.

A questo punto la domanda non è più soltanto:

“Quanto tempo serve per calcolare questa proprietà?”

Diventa anche:

“Quale linguaggio logico è abbastanza potente per descriverla?”

Non soltanto algoritmi e macchine, dunque.

Formule e strutture.

Non soltanto esecuzione.

Definibilità.

Una struttura finita può essere un grafo. Il grafo può essere una relazione binaria. La relazione può essere rappresentata da una matrice booleana. La matrice descrive una struttura interrogabile mediante formule. Le formule appartengono a un linguaggio. Il linguaggio possiede una certa potenza espressiva. Quella potenza può essere collegata a una classe di complessità.

In pochi passaggi abbiamo attraversato grafi, relazioni, matrici booleane, logica, model theory e computational complexity.

Questo è il tipo di connessione che una formazione per compartimenti stagni tende a rendere invisibile.

7. Settimo continente: grafi, matrici e combinatoria

Lo stesso chiarimento va fatto per la teoria dei grafi.

Nei corsi ordinari, soprattutto in quelli destinati all’informatica applicata, essa viene spesso ridotta a un repertorio di algoritmi: BFS, DFS, cammini minimi, spanning tree, ordinamento topologico, componenti connesse, flussi.

Tutto indispensabile.

Ma identificare la teoria dei grafi con questo prontuario sarebbe come identificare l’analisi matematica con una tabella di primitive.

Un grafo è anzitutto una struttura relazionale.

Può rappresentare adiacenza, dipendenza, compatibilità, raggiungibilità, causalità, precedenza, conflitto, comunicazione, trasformazione, inclusione, copertura.

Può diventare automa, sistema di transizione, modello di Kripke, diagramma di dipendenza, rete di implicazioni, struttura di incidenza, oggetto combinatorio estremale.

E il legame con ordine e reticoli è immediato.

Un ordine parziale può essere rappresentato mediante il suo diagramma di Hasse. La raggiungibilità in un DAG può generare un ordine. Dipendenze tra moduli, grafi di precedenza, sistemi di build e gerarchie di tipi possiedono naturalmente una struttura ordinata.

La chiusura transitiva trasforma informazione relazionale locale in informazione globale.

La teoria dei matroidi porta ancora oltre questa unificazione, astraendo simultaneamente fenomeni di indipendenza che appaiono nell’algebra lineare e nella teoria dei grafi.

Non bisogna fermarsi ai pallini e alle linee.

Un grafo può essere una relazione.

Una relazione può essere una matrice booleana.

La composizione di relazioni può diventare un prodotto matriciale sopra il semianello opportuno.

Una relazione di raggiungibilità può generare un ordine.

Un ordine può generare un reticolo di ideali.

Un reticolo può rappresentare concetti, teorie e chiusure.

Ancora una volta, non abbiamo cambiato necessariamente oggetto.

Abbiamo cambiato rappresentazione.

Non tutte le matrici abitano in R

Anche le matrici, entrando in questo mondo, cambiano natura.

Non sono necessariamente matrici reali piene di coefficienti da sommare e moltiplicare.

Possono essere matrici booleane, matrici di incidenza, matrici di adiacenza, matrici su semianelli, matrici tropicali, matrici che rappresentano relazioni, vincoli, coperture, dipendenze e compatibilità.

La potenza di una matrice booleana può descrivere cammini. La moltiplicazione matriciale può diventare composizione di relazioni. La chiusura transitiva può essere vista come saturazione.

La distinzione scolastica tra “algebra lineare” e “matematica discreta” comincia così ad assottigliarsi.

Ciò che conta non è la forma tipografica rettangolare della matrice.

Conta la struttura algebrica nella quale quella matrice vive.

Una matrice reale, una matrice booleana, una matrice di incidenza di un ipergrafo e una matrice oggetti-attributi della FCA possono sembrare graficamente identiche.

Sono tutte tabelle rettangolari.

Ma il loro significato dipende dalle operazioni ammesse, dalle equivalenze considerate, dalle chiusure generate, dai morfismi che intendiamo preservare.

Lo STEM maturo non domanda soltanto:

“Quali sono gli elementi della matrice?”

Domanda:

“Quale struttura sta rappresentando?”

Questa è alfabetizzazione strutturale.

8. La combinatoria come laboratorio delle rappresentazioni

Lo stesso vale per la combinatoria delle famiglie finite.

A prima vista può sembrare un settore composto da problemi quasi ricreativi: quanti sottoinsiemi, quante configurazioni, quali intersezioni, quali estremi, quali coperture.

Sotto la superficie troviamo però vettori booleani, strati del cubo discreto, ordini per inclusione, anticatene, famiglie intersecanti, ipergrafi, matrici di incidenza, vincoli di margine, problemi estremali.

La medesima entità cambia continuamente pelle:

  • insieme;
  • vettore 0/1;
  • riga di una matrice;
  • punto del cubo booleano;
  • elemento di un poset;
  • iperarco;
  • assegnamento logico;
  • caratteristica di una proprietà.

Vedere questi passaggi non è estetica matematica.

È capacità progettuale.

Quando una famiglia di insiemi diventa una matrice booleana, possiamo applicare strumenti matriciali.

Quando diventa un ipergrafo, possiamo usare la teoria degli ipergrafi.

Quando diventa un sistema di vincoli, possiamo ricorrere a SAT, CSP e tecniche combinatorie.

Quando diventa un reticolo, possiamo studiare chiusure e implicazioni.

Quando diventa una struttura logica, possiamo chiederne modelli e definibilità.

Quando diventa un oggetto computazionale, possiamo rappresentarlo, comprimerlo, enumerarlo e manipolarlo.

La forza non consiste nel cambiare nome alle cose.

Consiste nel cambiare punto di vista scegliendo quello più adatto, più efficiente e più potente, senza perdere l’oggetto.

9. Dal manuale al mondo reale

È precisamente questo ciò che manca quando la formazione procede per silos.

Lo studente vede “grafi” in un corso, “logica” in un altro, “algebra” in un altro, “database” in un altro, “machine learning” in un altro.

Poi entra nel mondo reale e trova sistemi ibridi nei quali tutto è intrecciato: dati relazionali, vincoli logici, grafi di dipendenza, tassonomie, gerarchie, modelli probabilistici, regole, ontologie, modelli predittivi, pipeline software, controlli di coerenza, sicurezza, verifica e tracciabilità.

A quel punto la domanda non è più:

“So calcolare?”

La domanda decisiva diventa:

“So riconoscere la struttura?”

Viviamo in un’epoca nella quale la matematica numerica ha ottenuto un’enorme visibilità attraverso machine learning, ottimizzazione, deep learning, transformer e modelli generativi.

Ed è perfettamente giusto che sia così.

Algebra lineare, calcolo numerico, probabilità, statistica, teoria dell’informazione e ottimizzazione sono indispensabili.

Ma l’esplosione dell’intelligenza artificiale non rende meno importante la matematica discreta e logica.

La rende più necessaria.

Ogni sistema sufficientemente potente deve infatti essere rappresentato, controllato, verificato, interrogato, limitato, spiegato e integrato.

Un modello statistico può produrre output probabilisticamente plausibili.

Un sistema industriale, giuridico, medico, finanziario, aerospaziale o safety-critical richiede però anche vincoli, logiche, tracciabilità, coerenza, auditabilità, gerarchie di autorizzazione, ontologie, classificazioni e invarianti.

Richiede di sapere che cosa può accadere.

Che cosa non deve accadere.

Quali stati siano raggiungibili.

Quali transizioni siano lecite.

Quali proprietà vengano preservate.

Quali dipendenze siano ammesse.

Quali astrazioni siano corrette.

Queste non sono domande puramente statistiche.

Sono domande strutturali.

10. Due grammatiche, non due matematiche

Il futuro non appartiene a chi contrappone simbolico e subsimbolico, numerico e discreto, statistico e logico. Non appartiene a chi ancora si ostina a citare frasi come "La combinatoria? Bassifondi della topologia" in tutte le sue spocchiose varianti.

Appartiene a chi sa far dialogare rappresentazioni diverse e diversi punti di vista.

Ma per farli dialogare bisogna possedere entrambe le grammatiche.

Una è ubiqua nella formazione contemporanea: analisi, numeri, matrici reali, probabilità, statistica, ottimizzazione.

L’altra, per decenni trattata quasi da Cenerentola nonostante tradizioni scientifiche gigantesche — dalla scuola magiara a Gian-Carlo Rota, da Wilf a Zeilberger e moltissimi altri — è diventata con la computazione una delle protagoniste indiscutibili del nostro tempo.

Non basta conoscere le reti neurali se non si comprendono grafi, logiche, relazioni, ordini, tipi e vincoli.

Non basta conoscere la statistica se non si capisce che molte forme di informazione non nascono come variabili numeriche, ma come dipendenze, categorie, attributi, inclusioni e regole.

Non basta conoscere l’algebra lineare se non si comprende che una matrice può rappresentare qualcosa di radicalmente diverso da una trasformazione lineare sopra uno spazio vettoriale reale.

11. La matematica delle forme

La matematica senza numeri è, in questo senso, la matematica delle forme.

Forme esatte. Rigorose. Trasformabili.

È la matematica che ci dice quando due descrizioni rappresentano la stessa struttura.

Quando una classificazione è una chiusura.

Quando una gerarchia è un ordine.

Quando una tabella è una relazione.

Quando una relazione è un grafo.

Quando un grafo è una matrice.

Quando una matrice è definita su un semianello, e il significato di somma, prodotto e composizione dipende dalla struttura algebrica scelta.

Quando una famiglia di insiemi è un reticolo.

Quando un reticolo diventa algebra della logica.

Quando una logica possiede una semantica algebrica.

Quando una teoria è un insieme chiuso di conseguenze.

Quando una prova contiene un programma.

Quando un teorema possiede una precisa forza assiomatica.

Quando una classe di complessità può essere vista come potenza espressiva.

In questa prospettiva le discipline non si giustappongono.

Si illuminano reciprocamente.

La teoria degli insiemi fornisce un linguaggio di base.

Le relazioni descrivono connessioni, equivalenze, ordini e composizioni.

I grafi rendono visibili e computabili molte strutture relazionali.

Le matrici booleane rendono operative relazioni finite.

La combinatoria studia configurazioni, famiglie, estremi e vincoli.

La teoria dell’ordine organizza gerarchie e dipendenze.

La teoria dei reticoli studia combinazioni, chiusure, ideali, filtri e congruenze.

La formal concept analysis trasforma contesti oggetti-attributi in reticoli di concetti.

L’algebra universale generalizza operazioni, identità, omomorfismi e quozienti.

La logica studia conseguenze, modelli, dimostrazioni e definibilità.

La teoria della dimostrazione studia le prove come strutture.

La reverse mathematics misura la forza assiomatica dei teoremi.

La teoria dei modelli studia il rapporto tra linguaggi e interpretazioni.

La teoria dei modelli finiti porta tutto questo nel mondo delle strutture discrete effettivamente manipolate dalla computazione.

L’informatica teorica traduce questa architettura in automi, linguaggi, algoritmi, complessità, verifica e rappresentazioni canoniche.

Non sono province isolate.

Sono una costellazione.

12. Vedere la costellazione

Il termine “costellazione” è appropriato.

Le stelle sono distinte. Il disegno appare soltanto quando si vedono le connessioni.

Chi osserva un singolo punto luminoso vede un corso universitario.

Chi vede le connessioni vede una mappa.

Ed è questa mappa che serve oggi.

Serve perché i sistemi moderni sono complessi, ibridi e stratificati.

Serve perché la computazione non è soltanto calcolo numerico, ma manipolazione di strutture simboliche e discrete.

Serve perché l’informazione non è soltanto dato, ma relazione tra dati.

Serve perché la conoscenza non è soltanto predizione, ma organizzazione di concetti e implicazioni.

Serve perché la correttezza non è soltanto performance, ma rispetto di proprietà formali.

Serve perché l’astrazione non è un ornamento filosofico: è lo strumento con il quale controlliamo la complessità.

Uno STEM realmente formato non dovrebbe uscire dal proprio percorso sapendo soltanto diagonalizzare matrici, stimare parametri, addestrare modelli, calcolare probabilità o manipolare tensori.

Dovrebbe sapere anche che un ordine parziale non è un dettaglio; che un reticolo non è una stranezza; che una relazione di equivalenza è una macchina concettuale potentissima; che una chiusura è una forma generale di conseguenza; che una matrice booleana può rivelare aspetti che una matrice reale semplicemente non rappresenta.

Dovrebbe sapere che una famiglia di insiemi può nascondere un intero universo combinatorio.

Che una gerarchia ben costruita è matematica.

Che una classificazione rigorosa è già teoria.

Che un’implicazione tra attributi può essere importante quanto una regressione.

Dovrebbe sapere che un teorema non possiede soltanto una dimostrazione, ma anche una forza logica; che risultati apparentemente lontani possono richiedere le stesse risorse assiomatiche; che una dimostrazione può contenere informazione computazionale.

Dovrebbe sapere che la logica non è un rito scolastico di tavole di verità, ma una scienza delle conseguenze, dei modelli, delle prove, delle strutture e della computazione.

Dovrebbe sapere che una specifica può diventare un tipo, un programma un termine, la correttezza una costruzione.

Che un database finito è una struttura logica.

Che una query può essere una formula.

Che un linguaggio ha una potenza espressiva.

Che una proprietà può essere computabile ma non esprimibile nel formalismo che abbiamo scelto.

In definitiva, dovrebbe sapere che la matematica non è soltanto calcolo di quantità.

È scienza delle strutture possibili.

La quantità misura.

La struttura organizza.

La quantità risponde a:

“Quanto?”

La struttura risponde a domande differenti:

“Com’è fatto?”

“Da che cosa dipende?”

“Che cosa implica?”

“Che cosa conserva?”

“Che cosa cambia se identifico questi elementi?”

“Quali trasformazioni rispettano l’oggetto?”

“Quale rappresentazione rende il problema trattabile?”

“Quale linguaggio è abbastanza potente per descriverlo?”

“Quale prova certifica ciò che affermo?”

“Quali modelli soddisfano questa specifica?”

Sono domande diverse.

Entrambe necessarie.

La grande povertà di molta formazione tecnica contemporanea consiste nell’avere assolutizzato la prima famiglia di domande e relegato la seconda agli specialisti.

Ma nel mondo reale, e soprattutto nel mondo computazionale, la seconda famiglia è ovunque.

Ogni architettura software, sistema di dati, linguaggio, protocollo, modello di autorizzazione, ontologia, knowledge graph, sistema di verifica, compilatore, motore inferenziale, algoritmo combinatorio e pipeline di controllo della qualità è una risposta strutturale prima ancora che numerica.

Per questo la matematica senza numeri non è una matematica minore.

È la parte della matematica che insegna a vedere l’ossatura.

E chi vede l’ossatura vede molto più lontano.

Per chi volesse approfondire, propongo un minimo di bibliografia essenziale.

Logiche non standard: un giro turistico

Tra i quasi settecento sistemi formali studiati da logici matematici, filosofi formali e specialisti STEM, rientrano a pieno titolo non solo le logiche classiche, ma anche quelle "non standard", che rappresentano oggi il cuore vivo della logica applicata.
Queste logiche espandono, modulano o talvolta sopprimono vari assiomi della logica classica al fine di modellare situazioni complesse, agenti cognitivi fallibili, dinamiche normative e scenari epistemici realistici.
Facciamo un po' di turismo, senza sacchi a pelo:
 

LOGICHE MODALI

- Aletiche: necessità e possibilità in senso metafisico. Sistemi K, T, S4, S5.
- Deontiche: trattano obbligo, divieto e permesso.
- Temporali: prima, dopo, sempre, talvolta, da ora in poi...
- Epistemiche e Doxastiche: modellano conoscenza e credenza (anche fallibile).
- Dinamiche: modellano il cambiamento delle credenze.
NOTA: per chi non avesse ben chiaro il senso dell'aggettivo "metafisico" usato sopra, affermazioni da pagina uno capitolo uno come:
"Esiste una realtà materiale, oggettiva, esterna alla mente"
"Le leggi della fisica sono le stesse ovunque e sempre"
"L’osservazione sperimentale e strumentale può fornire verità su tale realtà"
NON sono asserzioni "scientifiche", ma presupposti epistemologici e ontologici — cioè, asserzioni metafisiche. Possono essere condivise dalla scienza in quanto suo fondamento operativo, ma non sono da essa deducibili, né confutabili sperimentalmente.
Sono il telaio ontologico su cui si tessono le reti semantiche delle teorie. Come diceva Popper, la scienza ha bisogno di una metafisica di sfondo, che però non è scientificamente provabile, bensì assunta per reggere la coerenza del sistema inferenziale e dell'apparato osservativo sperimentale intersoggettivo.
Stranamente questa banalità sembra spesso perdersi per strada, ma rimane un dato di fatto: chi ingenuamente pensa che "la scienza non fa metafisica" confonde l’attività tecnica dello scienziato con l’epistemologia che la rende possibile. E spesso è proprio questo fraintendimento a generare lo scientismo becero e dogmatico contro cui i filosofi analitici e gli storici della scienza — da Reichenbach a Quine, da Putnam a Dorato, da Koyré a Israel — hanno combattuto per decenni. Il termine "metafisico" non deve ovviamente essere letto come banale e restrittivo sinonimo giornalistico o colloquiale di "esoterico" o "spirituale", ma in senso tecnico rigoroso e letterale.
Per altri semplici esempi di differenza tra asserzioni ontologiche di base e banali ipotesi non falsificabili, si veda anche il capitolo introduttivo di "Il viaggio nel tempo e altre pazzie" di Robert Ehrlich, Einaudi.
 

LOGICHE INTENSIONALI

Analizzano non solo ciò che è vero, ma il "come" è vero. Utili per proposizioni attitudinali ("Alice crede che...", "Bob desidera che..."). Imprescindibili per filosofia del linguaggio e IA simbolica.
 

LOGICHE PARACONSISTENTI

Tollerano contraddizioni senza crollo inferenziale (no explosion). Fondamentali per basi dati incoerenti, diritto, situazioni conflittuali, teoria dei giochi.
 

LOGICHE FUZZY E RETICOLARI

Permettono valori di verità graduati ("più o meno vero", "abbastanza falso"). Essenziali in linguaggio naturale, robotica, sistemi di controllo, gestione di paradossi quantitativi sul modello del sorite (il mucchio: quando un mucchietto di cellule diventa un feto? Quando un girino diventa una rana? Quanto cacchio è una "modica quantità"? Non è certo roba che si possa lasciare ai burocrati legiferanti).
 

LOGICHE PROBABILISTICHE

Verità come grado di credibilità: sono la base simbolica dell’inferenza bayesiana e della predizione, ovvero della IA come la conoscete oggi.
 

LOGICHE NON-MONOTONE E INFERENZIALI

In questi sistemi formali nuove informazioni possono invalidare conclusioni precedenti. Simulano il ragionamento umano in condizioni dinamiche. Molte teorie scientifiche hard (ossia predittive) sono modellate su queste logiche.
 

BELIEF REVISION E COMMON SENSE REASONING

Teorie rigorose su come mantenere e aggiornare coerentemente un sistema di credenze. Strutturate da quadri assiomatici come AGM (Alchourrón, Gärdenfors, Makinson), tre veri e propri pezzi da novanta della logica formale.
 
N.B.: TUTTE queste logiche sono rigorose, assiomatizzate e implementabili.
NON sono chiacchiere affumicate alla Hegel o Schopenauer. NON SONO alternative "soft" o speculative, ma strumenti di lavoro formali in IA, linguistica computazionale, agent theory, etica algoritmica, epistemologia formale.
Sono "non-standard" ma NON sono alternative alla logica classica: la completano, ne esplorano i margini, la rendono adatta a modellare mondi reali, dinamici, imperfetti.
 
Non si deve cadere nella trappola di chi crede che la logica sia solo quella "che (non) si fa all'Università" nei corsi di base. I logici oggi operano tra semantiche modali, teoria della revisione, topologie epistemiche, reticoli fuzzy, logiche multiagente e inferenze non monotone.
La logica non è dogma. È struttura adattiva. Ed è proprio nella fallibilità, nell’incertezza, nella revisione che mostra la sua vera potenza: anche e soprattutto nelle scienze sperimentali, che non essendo formali e non maneggiando nel concreto infiniti attuali vivono di inferenza, ragionamento probabilistico, teorie vere fino al controesempio, paradigmi e falsificazione/confermabilità.
 

PER INIZIARE A CAPIRCI QUALCOSA

1. Italo Palladino – "Logiche non standard", Laterza, 1994.
Denso, agile, rigoroso. Tratta modali, deontiche, paraconsistenti e fuzzy.
2. Italo e Sara Palladino – "Geometrie non euclidee e logiche non classiche", Editori Riuniti, 1997.
Connessione fra spazio, deduzione e alternative logiche.
3. Mario Piazza – "Introduzione alla logica modale", Carocci, 2004.
Strutturato con chiarezza. Sistemi K, T, S4, S5 più estensioni epistemiche.
4. Massimo Mugnai – "Filosofia della logica", Laterza, 2004/2020.
Approccio storico-filosofico. Dalle logiche classiche alle intensionali.
5. Giorgio Sandri – "Logica per la filosofia", ETS, 2006.
Ottimo per introdurre modali, epistemiche e deontiche.
6. Giuseppe Longo (a cura di) – "La logica tra scienza e filosofia", Bollati Boringhieri, 1998.
Raccolta di saggi su crisi e alternative alla logica classica. Contributi di Scott, Girard ecc.
7. Mauro Dorato – "Modalità e temporalità. Un raffronto tra le logiche modali e le logiche temporali", Il Bagatto, Roma, 1994.
Testo raro e fondamentale. Filosofia formale della logica modale e temporale.
8. Nicola Grana – "Logica deontica e logiche paraconsistenti", vari saggi e atti.
ETS e riviste accademiche. Approccio assiomatico e semantico solidissimo.
 
Per chi vuole andare un po' oltre l'imparaticcio su Aristotele e la Scolastica, la prof di filosofia zitella del liceo, le antiquate fissazioni bourbakiste della prof di matematica dell'ITIS (spesso laureata in fisica o biologia...), l'assistente svogliato del molto eventuale corsettino trimestrale di logica del primo ordine (con le dispense in slide e i test a crocette, fatto giusto per avere qualche credito)... e iniziare a capire seriamente come funziona il ragionamento formale automatico e razionale nel XXI secolo.

Filosofia da diporto e da asporto

Parafrasando Paolo Rossi e il suo "Si fa presto a dire pirla": si fa presto anche a dire "filosofia". 
Ne abbiamo già discusso, e ne parleremo ancora, temo, perché le obiezioni degli STEM (che vengano da un Liceo scientifico o piuttosto dall'ITIS) sono sempre le stesse quando si inizia ad affrontare la componente filosofica delle discipline formali. Per molti, troppi lettori e studenti andragogici la parola continua a evocare la tristissima storia delle idee ammannita nell'ora di "filosofia": una successione ordinata di autori, scuole, formule memorabili come slogan, grandi opposizioni e passaggi canonici, con l'aggravante che quasi sempre viene arrestata proprio là dove la filosofia contemporanea comincia davvero. Il Wiener Kreis, la fenomenologia, la filosofia continentale, l’analisi del linguaggio, la logica matematica e la filosofia della scienza non sono l’ultima cornice di una vicenda conclusa: sono, semmai, alcune delle soglie attraverso cui la filosofia entra nella sua modernità tecnica.
Ancora meno la filosofia può essere identificata con la sua immagine pubblica più rumorosa: l’intellettuale schierato, il commentatore organico, la presenza stabile nei salotti televisivi e nelle grandi pagine d’opinione. Quella figura appartiene alla sociologia della comunicazione culturale, non alla definizione della disciplina. Può parlare di filosofia, può usare parole filosofiche, può perfino occupare lo spazio pubblico in nome della filosofia; ma non per questo rappresenta la filosofia nel suo insieme, e tanto meno la filosofia formale.
 
Una conseguenza decisiva della modernità è infatti la specializzazione. La filosofia, come la matematica, la medicina, l’ingegneria o le scienze sperimentali, non è più un blocco indifferenziato. Nessuno confonderebbe l’ingegneria delle grandi opere, dei ponti, delle navi, dei treni e delle infrastrutture con l’ingegneria elettronica, informatica o embedded. Nessuno confonderebbe il neurologo con l’urologo, il fisiatra con lo psichiatra, il dermatologo con l’anatomopatologo. Se un dolore ricorrente alla caviglia compare quando si appoggia il piede a terra, non si cerca normalmente un andrologo, una dietologa o un internista. Si cerca il reparto pertinente.
 
Lo stesso vale, a maggior ragione, per la filosofia. Se il problema riguarda verità, validità, conseguenza, dimostrazione, completezza, decidibilità, modello, riferimento, conferma o falsificabilità, non ci si rivolge genericamente a “un filosofo”, come se il nome designasse una competenza uniforme. Si entra in un territorio preciso: filosofia della logica, filosofia della matematica, filosofia della scienza, semantica formale, teoria dei modelli, teoria della dimostrazione, epistemologia formale. Altri settori della filosofia trattano problemi diversi, con strumenti diversi e con criteri diversi di controllo. E se il barone della fisiatria normalmente non saprebbe che pesci prendere davanti ad un rush cutaneo, se non spedirvi dalla dermatologa, state pur certi che il filosofo morale o l'ermeneuta, mediamente, è proprio il meno adatto a dirimere una questione di semantica modale temporale o di confermabilità.
Il giudizio del non specialista che parla da fuori del proprio campo appartiene spesso più alla sociologia accademica che alla valutazione razionale. Il prestigio acquisito in un settore non si trasferisce automaticamente a un altro. Quando ciò accade, non siamo davanti a una superiore sintesi dello spirito, ma alla consueta fallacia d’autorità: l’autorevolezza reale in un dominio viene impropriamente usata come garanzia in un dominio differente.
 
Fuori dai radar generalisti e dalla formazione scolastica ordinaria esiste dunque una costellazione di campi tecnici nei quali il logico e il filosofo formale sono due facce della stessa moneta. La loro relazione non è diversa, per struttura, da quella tra fisico e chimico quando si dividono, con ampie zone di sovrapposizione, lo studio delle interazioni atomiche e molecolari. Il logico non può ignorare che cosa significhino verità, validità, modello e conseguenza; il filosofo formale non può trattare questi concetti senza conoscere gli strumenti logici che li rendono determinati.
 
La locuzione usata è più che appropriata: la filosofia formale e tecnica non è separabile dalla logica più di quanto lo siano le due facce di una moneta di conio. La logica non è un accessorio metodologico, né una decorazione simbolica applicata dall’esterno a problemi già costituiti. È l’infrastruttura stessa entro cui quei problemi vengono resi trattabili: verità, validità, conseguenza, dimostrazione, modello, riferimento, identità, possibilità, necessità, definibilità, decidibilità. La filosofia formale formula le domande; la logica ne fornisce il linguaggio operativo, il banco di prova e spesso la forma stessa della risposta.
Queste domande non sono facoltative. Chi pratica seriamente la logica non può dichiarare indifferenza verso nozioni come verità, validità, conseguenza, dimostrazione, modello, soddisfacimento, riferimento. Non si tratta di aggiungere filosofia dall’esterno a un calcolo già autosufficiente; si tratta di comprendere il significato degli strumenti che si usano. Chi non comprende queste distinzioni non sta facendo logica in senso pieno: sta solo manipolando notazione. Non si può evitare di "sporcarsi le mani" con gli aspetti filosofici.
 
Oggi il filosofo formale dimostra teoremi, costruisce semantiche, confronta sistemi, studia modelli, analizza nozioni di prova, conseguenza, definibilità, computabilità, riferimento e decisione. Maneggia teorie simboliche raffinate e si muove in una rete di specializzazioni sottili: logiche modali, non classiche, paraconsistenti, intuizioniste, deontiche, epistemiche, temporali, rilevanti; teoria dei modelli, teoria della dimostrazione, ontologia formale, filosofia della computazione, teoria dell’argomentazione, belief revision, formal concept analysis. Qui la filosofia non è una retorica generale sulla cultura, ma una meccanica fine della razionalità.
 
Questa articolazione permette anche di comprendere la piramide aletica della modernità. Al vertice stanno logica e matematica, dove verità, validità e conseguenza vengono trattate come invarianti formali: una volta fissati linguaggio, regole, semantica e assiomi, ciò che segue segue. Subito sotto si collocano le scienze fisico-matematiche, nelle quali la forma teorica deve incontrare misura, esperimento, idealizzazione e predizione. Seguono le scienze statistiche e causali, dove il vero assume il profilo della stima, della robustezza, dell’intervallo, della probabilità condizionata e dell’identificazione. Più oltre troviamo le discipline descrittive, storiche e ricostruttive, nelle quali contano documenti, tracce, classificazioni, abduzioni e migliori spiegazioni disponibili. Infine, nei domini della prassi, della norma e del dissenso, la razionalità prende la forma dell’argomentazione, della decisione sotto incertezza, della revisione delle credenze e della gestione pubblica degli impegni.
 
La gerarchia non distingue saperi nobili e saperi minori. Distingue regimi diversi di necessità, controllo, evidenza e invarianza. Un teorema non possiede lo stesso statuto di una legge fisica; una legge fisica non possiede lo stesso statuto di una regolarità statistica; una ricostruzione storica non possiede lo stesso statuto di un esperimento ripetibile; una decisione pratica sotto informazione incompleta non possiede lo stesso statuto di una dimostrazione. Ma nulla di questo autorizza il relativismo. Significa soltanto che la razionalità moderna non è monolitica: dispone di strumenti differenti per oggetti differenti.
In questa architettura, anche la questione della scientificità non si riduce alla parola d’ordine della falsificabilità. Popper ha avuto il merito di imporre il problema del rischio empirico di una teoria: una costruzione che non espone mai se stessa a possibili urti con l’esperienza non appartiene ancora, in senso pieno, alla scienza empirica. Carnap aveva però mostrato che il controllo scientifico passa anche attraverso confermabilità, linguaggi osservativi e teorici, regole di corrispondenza, gradi di sostegno empirico. Quine ha reso il quadro meno ingenuo, ricordando che non si sottopone mai a prova un enunciato isolato, ma un intero blocco di teoria, ipotesi ausiliarie, strumenti e assunzioni di sfondo. Kuhn ha aggiunto la dimensione storico-disciplinare: le teorie vivono dentro paradigmi, pratiche, esempi, tecniche e criteri condivisi.
 
Lakatos permette di evitare la falsa alternativa tra falsificazione istantanea e relativismo dei paradigmi. Una teoria scientifica non è una proposizione isolata che cade al primo controesempio, ma un programma di ricerca con un nucleo, una cintura protettiva di ipotesi ausiliarie e una traiettoria progressiva o degenerativa. Feyerabend, se letto con disciplina, ricorda invece che il metodo scientifico non è un catechismo unico e immobile: la storia reale della scienza è più ricca, più irregolare e più inventiva delle sue ricostruzioni scolastiche. Questo non autorizza il relativismo, ma argina ulteriormente il feticismo del "metodo scientifico" unico, salvifico, dogmatico già combattuto da Kuhn.
 
Il quadro si allarga ulteriormente quando si entra nella matematica e nell’informatica. Con Lakatos, la matematica stessa appare come attività fallibile, correttiva, storicamente raffinata attraverso congetture, controesempi, revisioni e riformulazioni. Con Chaitin, i limiti formali assumono una veste algoritmico-informazionale: incomprimibilità, casualità, complessità e indecidibilità mostrano che anche nel regno della dimostrazione esistono frontiere non riducibili a semplice routine deduttiva. Con Bishop e il costruttivismo, infine, la prova torna a essere costruzione effettiva: non basta affermare che un oggetto esiste; occorre indicare come ottenerlo, manipolarlo, verificarlo.
 
Da qui il passaggio all’informatica teorica e alla computer science è naturale. Proof assistants, model checking, SAT e SMT solving, verifica formale, calcolo simbolico, algoritmi probabilistici ed esperimenti computazionali mostrano una forma moderna di fallibilismo operativo: non la resa della ragione, ma la sua disciplina dentro procedure esplicite, controllabili, ripetibili, correggibili. La razionalità formale non si oppone all’esperimento; quando entra nel dominio computazionale, lo reinventa.
 
La filosofia della logica è dunque soltanto una parte di un arcipelago più vasto. Ogni disciplina formale matura produce, volente o nolente, il proprio duale filosofico: la logica genera domande su verità, validità e conseguenza; la matematica su prova, oggetto, struttura e infinito; l’informatica teorica su algoritmo, computazione, correttezza e complessità; la probabilità su conferma, inferenza, rischio e decisione; il linguaggio su riferimento, significato, contesto e intensionalità; la fisica teorica su legge, modello, misura, simmetria e spiegazione. Questi duali non sono ornamenti esterni, ma forme di autocoscienza tecnica delle rispettive discipline.
 
L’arcipelago è inoltre interconnesso. La filosofia della matematica comunica con la logica; la logica comunica con l’informatica teorica; la computazione comunica con semantica, prova e complessità; la probabilità comunica con decisione, causalità e conferma; l’ontologia formale comunica con linguaggio, modello, identità e mereologia. Non esistono compartimenti stagni, ma regioni specializzate di un medesimo spazio concettuale. La filosofia formale nasce proprio in questo spazio: non come commento letterario sulle scienze formali, ma come indagine tecnica sulle loro condizioni di significato, validità, applicazione e limite.
Il modo migliore per correggere un equivoco non è sempre confutarlo frontalmente. Talvolta basta aprire il cofano. Chi si avvicina alla filosofia immaginando di trovarvi un repertorio di opinioni generali, suggestioni scolastiche, affumicature, posture culturali o nebbie televisive deve poter vedere, senza proclami, la macchina reale: verità tarskiana, semantica dei modelli, validità, conseguenza, completezza, decidibilità, mondi possibili, logiche non classiche, teoria dell’argomentazione, revisione delle credenze, decisione razionale, strutture concettuali. Non occorre deridere l’equivoco: basta mostrare il dodici cilindri.
 
Questa è la filosofia tecnica, la filosofia formale. Non esaurisce tutta la filosofia, né pretende di sostituire le forme storiche, ermeneutiche, politiche, estetiche o fenomenologiche dell’indagine filosofica. Ma quando si parla di verità, prova, conseguenza, modello, significato, riferimento, conferma, norma e decisione, essa è il reparto competente. Giudicarla attraverso l’immagine scolastica o televisiva della filosofia è come giudicare l’ortopedia dopo aver sbagliato piano in ospedale ed essere finiti alla nursery: il reparto ortopedia non lo si è neppure visto.
 
Detto questo, esistono filosofi volutamente affumicati, sopravvalutati, alfieri di una cattiva filosofia (spesso pure fuori tempo massimo), filosofi fraintesi, filosofi che avevano ben poco da dire e l'hanno detto nel peggior modo possibile. Esiste cattiva filosofia, così come esiste cattiva scienza, sulla quale però è più facile ridere e divertirsi tramite iniziative come i premi IG-Nobel e altra ironia nerdy. Il punto è che non si può buttare il proverbiale bambino assieme all'acqua sporca.

Filosofia da diporto

Una delle maggiori cause di disorientamento nel discorso culturale contemporaneo è la persistente confusione fra filosofia come disciplina rigorosa (logica, epistemologia, ontologia formale...) e una serie di pratiche linguistiche, spesso oracolari e impressionistiche, che si presentano come “pensiero critico”, ma non rispondono ad alcun criterio di validità argomentativa.
Un esempio emblematico è dato dalla corrente continentale post-razionalista, formatasi a cavallo fra strutturalismo, psicanalisi lacaniana, neo-marxismo e decostruzionismo.

CHI SONO I CONTINENTALI?

Ecco un elenco orientativo (non esaustivo) di autori frequentemente etichettati come "filosofi", ma la cui produzione opera fuori dai criteri classici del pensiero razionale, logico o argomentativo.
Decostruzionisti e post-strutturalisti: Jacques Derrida, Jean-Luc Nancy, Philippe Lacoue-Labarthe
Strutturalisti e oltre: Michel Foucault, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Roland Barthes, Jean Baudrillard
Psicanalisi e linguaggio: Jacques Lacan, Julia Kristeva, Luce Irigaray, Hélène Cixous
Altri epigoni: Slavoj Žižek, Alain Badiou, Georges Bataille, Maurice Blanchot, Emmanuel Levinas, Paul Virilio
Prego notare che una nutrita rappresentanza di costoro è stata ampiamente messa alla berlina in numerosissimi contesti da un punto di vista razionale rigoroso, in particolare raccolti in un'opera che costituisce un ottimo punto di partenza per il lettore: "Imposture intellettuali" di Alan D. Sokal e Jean Bricmont, Garzanti.
Molti di questi autori hanno una prosa oscuramente suggestiva, e affrontano temi importanti: potere, identità, linguaggio, soggettività. Ma lo fanno con strumenti epistemologicamente deboli, e senza alcuna pretesa di verificabilità o rigore logico.

NON È FILOSOFIA "SBAGLIATA". È UN'ALTRA COSA.

La filosofia, storicamente, è nata per parlare dell’impensabile, dell’impredicabile, del problematico. Non c’è nulla di sbagliato nel voler parlare di ciò che precede la logica: il concetto di identità, la formazione della soggettività, la dimensione pre-linguistica del desiderio, l'esperienza del sacro, l’alterità assoluta...
Sono tutti ambiti sostanzialmente a-logici o pre-logici, dove la razionalità si ferma sulla soglia o poco oltre, dove i metodi formali non si applicano.
Ma la differenza fondamentale è che la filosofia propriamente detta sa dove si ferma la dimostrazione, e sa che l’argomentazione deve sottostare a criteri intersoggettivi di validità.
I decostruttori parlano con tono profetico di cose che stanno “prima della ragione”, ma dimenticano che senza la ragione, anche il loro discorso cade nel non-senso.

LA TRAPPOLA PER GLI STUDENTI

Molti giovani (o meno giovani) che si avvicinano alla filosofia dopo anni di liceo mal condotto, si sono formati su testi e autori presentati senza strumenti critici, da docenti spesso ideologicamente orientati. Il risultato è una percezione falsata della filosofia come vaga riflessione lirica, o come rivolta permanente contro ogni forma di struttura formale.
È il caso tipico della prof zitella e gattara, innamorata di un inesistente Nietzsche idealizzato dopo aver visto "Il portiere di notte" della Cavani (peggio mi sento). Oppure dell'insegnante boomer ex sessantottino, ancora emozionato e turbato quando pronuncia il nome di Marcuse (un eccellente esempio di non pervenuto in manuali di filosofia importanti e meno importanti) e Adorno, regolarmente citati come semidei nei collettivi autogestiti, ma mai letti né compresi davvero. Sono topoi che appartengono alla cultura collettiva, per la regolarità con cui compaiono nei racconti degli ex studenti.

PER CHI VUOLE UNA FILOSOFIA SERIA

Chi cerca un pensiero veramente critico, cioè in grado di:
- distinguere validità da persuasione
- strutturare argomenti razionali
- confrontarsi con la scienza, la logica, la matematica, il diritto, la politica in forma rigorosa
deve guardare altrove. Esiste una genealogia robusta e ben documentata di filosofi che hanno dato contributi fondamentali non solo al pensiero, ma direttamente alle scienze esatte, alla logica matematica, alla fisica teorica e alla struttura concettuale dell’empiria.
Ecco un elenco davvero essenziale, ridotto per forza di cose ai minimi termini (nessuno pensi di poter ridurre una vita di studio e riflessione ad un telegramma di due righe):
Leibniz – calcolo infinitesimale, logica combinatoria, teoria delle monadi
Cartesio - i contributi matematici superano quelli filosofici, tutti sono arcinoti o dovrebbero esserlo
Kant – fondamenti dell’epistemologia, spazio e tempo come forme a priori, verità matematiche a priori... non abbisogna di presentazioni, quasi tutto ciò che viene orecchiato o che si crede di sapere sulla filosofia moderna l'ha ideato lui
Bolzano – logica deduttiva, teoria delle proposizioni
Peirce – logica formale, semiotica, proto-intuizioni di informatica
Frege – fondatore della logica moderna, teoria della funzione e del senso
Dedekind – teoria degli insiemi, numeri reali
Hilbert – fondamenti della geometria, formalismo matematico in senso moderno
Russell - per sua stessa ammissione, odiava le ODE ma ha rivoluzionato l'intero edificio matematico con i suoi Principia
Gödel – teoremi di incompletezza, metamatematica
Tarski – verità e semantica, geometria euclidea assiomatizzata, logica del primo ordine formalizzata
Popper – falsificazionismo, metodologia scientifica
Carnap – sintassi logica, confermabilità epistemologica, riduzionismo metodologico
Putnam – realismo scientifico, semantica
Reichenbach – fondamenti della fisica quantistica
Quine – ontologia naturalizzata, analisi del linguaggio
Kripke – logica modale, semantica dei mondi possibili
Dummett – filosofia del linguaggio, verità intuizionistica
Hintikka – logica epistemica, semantica dei giochi
Van Fraassen – empirismo costruttivo
Suppes – assiomatica delle scienze, logica applicata
Sneed – strutturalismo scientifico
Ladyman – realismo ontico strutturale
Maudlin – fondamenti della fisica moderna
Albert – interpretazioni della meccanica quantistica
Brading – simmetrie fisiche e identità

QUESTO NON SIGNIFICA...

- Che tutta la filosofia, dai presocratici a ieri mattina, sia un coacervo di chiacchiere senza distintivo. Al contrario: molti dei filosofi sopra elencati non erano affatto “meno matematici” di un Gauss o “meno logici” di Boole e De Morgan. Anzi, in alcuni casi hanno costruito loro i fondamenti stessi sui quali lavorano fisici teorici, matematici, logici computazionali e epistemologi sperimentali.
- Che la filosofia si occupi solo di problemi “non scientifici”. Ad esempio, l'ontologia quadridimensionale degli oggetti materiali che si studia in qualsiasi Dipartimento contemporaneo è fisica classica filosofica con tanto di formule, teoremi, teorie sperimentali falsificabili e confermabili nel senso di Popper, Kuhn, Quine, Carnap. La filosofia della fisica quantistica richiede le stesse basi di un applicativo, semplicemente da un diverso punto di vista. E così via, fino all'epistemologia contemporanea che spiega come e perché esattamente le scienze sperimentali (e anche quelle formali, passando per la gnoseologia) funzionano.
- Che la filosofia debba necessariamente essere formalizzata per intero. Ma se vuole parlare all’intelligenza intersoggettiva, e non solo alla pancia emotiva o all’identità tribale del lettore, deve almeno rendere possibile la chiarezza, la ricostruzione razionale del percorso, la valutazione pubblica delle sue asserzioni.
Filosofia non è poesia. Filosofia non è ideologia. Filosofia non è storytelling. E se lo diventa, non è più filosofia.
Perché se ne parla? Semplicissimo. Perché se viene meno la filosofia — quella solida, quella vera, quella buona — non cade solo un pilastro accademico: crolla la logica. E con essa, l’informatica, la matematica, le scienze dure. E con loro, in effetto domino, l’intera civiltà moderna.
La prossima volta che vedete un filosofo (uno vero, non quelli da talk show: per rappresentare questi ultimi basta Catalano con le sue esilaranti tautologie da scuola elementare), pensateci due volte prima di dire che “sono tutte stronzate”. Non sarebbe logico, e qui non parla il Dr. Spock.
E magari leggete un libretto breve ma folgorante di un filosofo morale contemporaneo tra i più lucidi, Harry G. Frankfurt: On Bullshit. Perché sì, esistono filosofi che dicono stronzate. Ma questa è una frase ben formata, con quantificatore esistenziale e dominio ristretto.
Poi ci sono anche filosofi post-kantiani sistematicamente fraintesi e abusati, che comunque ci hanno messo del loro per rendersi come minimo ambigui e affumicati. Ma questo è un altro capitolo.

Il lessico “postmoderno”: appendix all’Inferno dantesco

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate (in call).

Faccio parte di quella piccola schiera di parlanti (e scriventi) italiani che già il Bembo, e modernamente Serianni, De Mauro, Migliorini e numerosi altri linguisti chiamano locutori privilegiati, situati in una precisa area geografica osco-umbra. Come tale, e in virtù di una scolarizzazione decente (ai miei tempi non s’entrava al Liceo Scientifico senza già determinate conoscenze e capacità, e men che meno se ne usciva senza averle seriamente decuplicate), ammetto senza remore di possedere un’avversione innata verso neologismi assurdi, frivole mode linguistiche, cacofonie assortite, modi di dire urticanti ripresi da tormentoni di comici di serie Z o rimbalzati sulla Rete.

Non si tratta di essere puristi per vezzo, né custodi imbalsamati di una lingua morta, né nostalgici del calamaio, del telefono a disco SIP e del ragioniere mezzemaniche con la visiera verde. La lingua cambia, si evolve, è sempre cambiata, e continuerà a cambiare. Il primo problema da porsi è però chi la cambia, e semmai come. Gli scrittori (quelli veri: parliamo di penne del calibro di Calvino, Sciascia, Pratolini...), i grandi giornalisti (Montanelli basta e avanza come esempio), i saggisti alla Sartori... sono costoro, esattamente costoro, che guidano e orientano il cambiamento. Non certo la sciura Adalgisa casalinga (divorziata) di Voghera che “fa apericena” con le amiche del latinoamericano, non certo il blogger di provincia, non certo gli “influencer” o gli utenti dei social. Né tantomeno gli imbrattacarte e i pennivendoli dei grandi quotidiani padronali schierati, dei periodici patinati, della blogosfera fighetta.

Questo è il primo pilastro ineludibile. E se anche la Crusca di recente si è ignobilmente piegata alla mera registrazione notarile ex post di abomini linguistici e crimini contro la lingua di Dante, c’è e ci sarà sempre chi non può fare a meno di trovare emetiche certe espressioni, ributtanti certi lemmi, esilaranti certe pretese di conio ex nihilo.

Una cosa è il mutamento vivo, fisiologico, necessario, generato dall’élite culturale (quella vera, non gli “organici”: e qui l’ambiguità coi rifiuti è decisamente voluta); altra cosa è il falso conio linguistico prodotto da ignoranza, pigrizia, provincialismo, aziendalese, socialismo verbale, comunicazione inclusiva d’accatto, inglese da brochure, latino da dopolavoro e italiano da riunione motivazionale.

Perciò necesse est istituire una piccola appendice infernale, con gironi, bolge, balze e pene adeguate. Non ce ne voglia il Vate.

I. LIMBO DELLE MOLLIZIE VEZZEGGIATIVE

Quivi stan color che vollero rendere “adulto” il mondo... con lessico da merendina confezionata e asilo Mariuccia.

* attimino
* caffettuccio
* aperitivino
* cenetta
* birretta
* telefonatina
* messaggino
* progettino
* problemino
* riunioncina
* favorino
* cosina

Pena: restare per l’eternità in attesa di “un attimino”, convocati per una “riunioncina” di sette ore e quarantasette minuti, durante la quale qualcuno chiede “un favorino” che implica trasloco, notaio, Excel, sabato mattina e forse anche una procura speciale da Roma.

Il “caffettuccio” sarà sempre un ginseng tiepido, in bicchierino di carta molle.
La “cenetta” inizierà sempre alle 21:42. Orari spagnoli, anche nel profondo Nord.
La “telefonatina” durerà 87 minuti.
Il “problemino” sarà una migrazione ERP fallita verso SAP, del costo di circa 6 milioni di eurazzi + piè di lista e due anni di terapia del senior di una delle Big4 che ha firmato la consulenza.

II. CERCHIO DEGLI IBRIDI GASTRO-SOCIALI

Quivi lo linguaggio non descrive più il reale: lo frigge, lo impiatta su ardesia e lo serve con riduzione di balsamico e semi di chia. Sono i babbei del “facciamo aperitivo” perenne.

* apericena
* brunch (usato come stato ontologico)
* food experience
* comfort food
* poké bowl (una volgarissima insalata di riso, o riso freddo che dir si voglia)
* drinkino
* seratina easy
* vibes
* mood

Pena: vagare in eterno tra buffet tiepidi, cous cous sospetto, focacce spiritualmente umide, prosecco industriale, olive stanche e gente che dice “wow... vibes” guardando una lampadina Edison finta vintage, attacco E27.
Il peccatore non saprà mai se sta facendo colazione, pranzo, merenda, cena, spuntino, aperitivo o abiura definitiva della civiltà e della cronobiologia.

III. MALEBOLGE DEL CORPORATE ITALGLISH

Quivi l’anime dannate
parlano sì come slide
di PowerPoint animate.

* briefare e debriefare
* forwardare
* schedulare
* callare
* pushare
* deliverare
* performare
* ingaggiare
* efficientare
* pingami
* ci fasiamo
* facciamo il punto
* apriamo un tavolo
* portiamolo in call
* lo vediamo offline
* gentle reminder
* FYI, ASAP ogni tre parole
* deadline sfidante
* roadmap
* milestone
* best practice
* lesson learned

Pena: partecipare per l’eternità a debriefing su riunioni preparatorie di altri debriefing, ricevendo email forwardate senza oggetto, senza contesto, con allegati da 47 MB e messaggio introduttivo: “FYI, ci fasiamo ASAP su Teamz”.
Ogni meeting schedulato “per fare un punto” poteva essere una riga di testo.
Ogni “gentle reminder” sarà consegnato con la delicatezza di una cartella esattoriale incisa su tavole di pietra modello Monte Sinai.
Ogni “deadline sfidante” sarà decisa da qualcuno che non ha mai visto un Gantt, un critical path, un requisito, un vincolo, una verifica o un essere umano stanco.

IV. ANTINFERNO DEI SOCIALISMI VERBALI

Quivi stanno le formule senza soggetto, senza predicato e senza vergogna così abusate sui social e dintorni.

* ma anche no
* ma resto umile
* ti lovvo
* top
* adoro
* tanta roba
* ci sta
* ciaone
* hai spaccato
* mi dissocio
* red flag
* tossico
* cringe
* boomer
* triggerare
* spoilerare
* blastare
* flexare
* shottare
* skillare
* io boh, io mah e altri grugniti similari

Pena: ogni volta che il dannato tenterà di articolare una distinzione, una premessa, un’inferenza o un minimo sillogismo, verrà schiacciato come Wile E. Coyote da enormi massi con su incise le scritte “cringe”, “red flag”, “tossico” e “boomer”. Come negli exempla del Purgatorio, i massi saranno annunciati da voci disincarnate, con la pronuncia di chi non saprebbe cambiare estensione a un file, distinguere causa e correlazione o trovare una cartella senza l’icona sul desktop.
Chi disse “ma resto umile” sarà obbligato a firmare ogni frase con “i fratelli Caponi, che siamo noi, modestamente”.
Chi disse “ti lovvo” sarà avvolto da una doppia fiamma, come Paolo e Francesca, ma col suo strawman preferito e senza poter coniugare decentemente un verbo.
Chi davanti ad un'argomentazione razionale che annichilisce la sua pochezza si "triggera" manco fosse una scadente porta logica TTL a trigger di Schmitt, avanzo di magazzino anni 70, chi inalbera "red flag" ad ogni piè sospinto come il Gran Pavese dell'Amerigo Vespucci ma in monocolore per daltonici, ha un posto prenotato nella palude Stigia, accanto alla famosa cortigiana Taide. Sì, proprio quella che si gratta con l'unghie merdose, e senza nail art. Così vediamo se fanno ancora tanto gli schizzinosi.

Oh, a proposito: per chi si fosse sintonizzato da poco, ripetiamo volentieri un concetto. Repetita juvant. I veri boomer sono unicamente "i nati durante il boom economico e demografico". Di norma tale generazione viene individuata in modo grossolano con i nati tra il 1945 e il 1965, seguendo la sorpassata convenzione (legata alla civiltà contadina e alla storiografia antica) che una generazione copra mediamente quattro lustri. In realtà, numerosi storici e sociologi seri (tra i quali Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia, Giordano Bruno Guerri e Franco Cardini) identificano la generazione boomer come quella che ha vissuto in prima persona i moti studenteschi e il famigerato decennio di piombo tra il 1968 e il 1977, ultimo anno della contestazione.
Ne consegue che, con questa assai più calzante definizione, l'ultimo boomer è nato entro la fine del 1959.
La demarcazione, lungi dall'essere un puntiglio da grigi impiegati anagrafici, è essenziale e dirimente da un punto di vista socioantropologico. Da lì in poi è infatti tutta un'altra storia con la Generazione X, quella che invece ha vissuto gli anni Ottanta, la rivoluzione del personal computing e molto altro ancora, con riferimenti culturali diametralmente opposti a quelli dei boomer e una competenza informatica media che tanto i boomer quanto le "generazioni digitali" tap'n'drag possono solo sognare. Just to say.

IV-BIS. SUPPLEMENTO DI PENA PER I CONFUSORI DEL BELLO E DEL BUONO

A parte, in una buca laterale dell’Antinferno, stanno coloro che scrivono “sono una brutta persona?” riferendosi a comportamenti, omissioni, pensieri, desideri onirici e altre turbolenze dell’io, proiettate rigorosamente sul piano etico, morale, assiologico.

Il che è Male, nel senso tecnico del peccato semantico: perché esiste una caterva di aggettivi enormemente più appropriati, idonei, adeguati, radicati nelle sfere concettuali a cui davvero si pretende di attingere.

Una persona può essere scorretta, maleducata, sleale, opportunista, infantile, negligente, molesta, egoista, stupida, irresponsabile, socialmente inadeguata o semplicemente priva di freni inibitori. Ma “brutta” no: “brutta” appartiene fondamentalmente e primariamente all’ordine dell’estetica, non della morale. Si dice di persona inguardabile, sgraziata, non attraente, o perfino di aspetto ripugnante, ributtante.

O stiamo ancora a confondere il bello e il buono in una kalokagathia da hard discount, stiracchiata tra presocratici male orecchiati, didascalie Instagram e psicologhese da rotocalco?

Non si tratta certo di essere “brutti”. Il problema è essere eventualmente cattivi, scorretti, inaffidabili, inopportuni, irrispettosi, molesti, approfittatori o intellettualmente disonesti.

Pena: ogni volta che il dannato scrive “sono una brutta persona?”, comparirà un vecchio docente di filosofia morale con una lavagna di ardesia e gli chiederà:

“Brutta in che senso?
Estetico?
Etico?
Giuridico?
Pragmatico?
Relazionale?
Deontologico?
Virtuoso?
Consequenzialista?
Contrattualista?
Fornisca una definizione coerente, per cortesia.”

Se il dannato risponde “era solo per dire”, la lavagna gli cadrà sul piede.

Se risponde “vabbè, si capiva, lo dicono tutti”, sarà condannato a distinguere per l’eternità tra bello, buono, giusto, corretto, lecito, opportuno, elegante, decoroso e non perseguibile penalmente.

Botola supplementare.

V. CERCHIO DEI SUPERLATIVI SVUOTATI

Quivi lo linguaggio defunge per inflazione semantica.

* pazzesco
* assurdo
* devastante
* iconico
* epico
* clamoroso
* spaziale
* totale
* definitivo
* letteralmente usato per ciò che non è letterale

Pena: non poter più usare aggettivi normali come buono, utile, corretto, notevole, sobrio, elegante, preciso, efficace, ben fatto.
Tutto sarà “pazzesco”. Anche un parcheggio. Anche una penna. Anche un preventivo. Anche il brodo granulare. E quando tutto è pazzesco, nulla lo è più.

VI. BOLGIA DEGLI EUFEMISMI MANAGERIALI

Quivi la lingua viene usata non già per dire ciò che accade, ma per non dirlo.

* green
* smart
* inclusivo
* sostenibile
* opportunità di crescita
* momento sfidante
* ristrutturazione
* razionalizzazione
* nuova governance
* change management
* stakeholder engagement
* portare valore
* creare sinergie
* fare sistema
* mettere a terra
* uscire dalla comfort zone
* pensare fuori dagli schemi
* a 360 gradi
* a tutto tondo
* disruptive

Traduzioni:
“Opportunità di crescita” significa lavoro in più, più responsabilità, medesimo stipendio.
“Momento sfidante” significa un gran casino (ma senza le meretrici).
“Ristrutturazione” significa che qualche testa sta per saltare, con somma gioia delle tricoteuses.
“Razionalizzazione” significa altri tagli di teste.
“Change management” significa che vi cambiano tutto, senza aver capito bene cosa facevate prima.
“Nuova governance” significa altre riunioni, più firme, più moduli, più burocrazia, meno responsabilità identificabili.
“Stakeholder engagement” significa convincere persone pregiudizialmente contrarie a metter mano al portafogli con un profluvio di slide molto colorate.

Pena: riscrivere per l’eternità una frase semplice come “dobbiamo decidere chi fa cosa” nella forma:
“Occorre avviare un percorso condiviso di stakeholder engagement finalizzato alla messa a terra di una governance inclusiva e sostenibile, orientata alla creazione di valore attraverso sinergie trasversali.”
Senza mai arrivare a decidere chi fa cosa.

VII. BOLGIA DEL LATINORUM A COTTIMO

Quivi stanno coloro che amano il latino quando dà prestigio, ma lo dimenticano appena imporrebbe precisione.

Conoscono:
* status
* media
* focus
* bonus
* plus
* mission
* vision

Ma davanti a:
* more uxorio
* lato sensu
* stricto sensu
* ratio legis, ope legis
* ex ante, ex post
* fattispecie
cominciano a sudare come studenti impreparati all’esame di diritto privato.

Pena: ogni comunicato stampa scritto in lingua enfatica e giuridicamente opaca tornerà indietro con timbro rosso:
“Respinto. Categoria lessicalmente suggestiva, concettualmente indeterminata, normativamente inutile.”

VII-BIS. BALZA DEI PRONUNCIATORI AZIENDALESI BOOMERANG

Questa è la balza più infima della bolgia precedente. Quivi stanno coloro che, non sapendo più distinguere latino, italiano, inglese, tecnicismo e supercazzola, prendono parole perfettamente integrabili nella nostra tradizione colta e le fanno rimbalzare a Heathrow prima di riammetterle in sala riunioni.
E così:
plus diventa plas.
media diventa midia.
junior diventa giunior.
senior diventa sinior.
bonus diventa bonas.
focus diventa focas.
status diventa steitas.

Il tutto pronunciato con la sicurezza terminale di chi ha visto tre video motivazionali su LinkedIn, ha bruciato tutti i risparmi in un bel multilevel piramidale ovviamente anglofono e ha deciso di correggere Cicerone, Oxford e il Liceo Scientifico in un colpo solo.
Sotto di loro stanno i componentari senz’accento: quelli che non riescono a pronunciare component con l’accento corretto, perché lo trascinano istintivamente sulla prima sillaba, come se l’inglese tecnico fosse una variante malata dell’italiano scolastico. Poi arrivano i toponimisti da aeroporto, quelli che distruggono Leicester, Worcester, Greenwich, Huawei, Siemens, Bosch, Schneider, GitHub, qualunque nome proprio, tecnico, geografico o industriale, purché basti un minimo sforzo articolatorio per pronunciarlo decentemente.

Pena: chiedere indicazioni stradali nei luoghi di cui hanno massacrato il nome, pronunciandoli esattamente come li pronunciavano in riunione. Nessuno li capirà. Nemmeno Google Maps.

I più gravi sono gli A2 travestiti da C1 corporate. Non sanno pronunciare parole di vocabolario elementare, ma parlano con tono ieratico di governance, compliance, accountability, risk assessment, business continuity e stakeholder management.

Pena suprema: essere messi davanti a una lavagna bianca con scritto:
Definisca risk.
Definisca hazard.
Definisca failure.
Definisca fault.
Definisca error.
Definisca defect.
Definisca requirement.
Definisca verification.
Definisca validation.

Ogni risposta generica apre una botola. Ogni “in qualche modo” aggiunge un audit. Ogni “dipende dal contesto” senza contesto genera una non conformità maggiore.
Qui non si punisce il semplice accento italiano. Quello è normale, umano, talora perfino simpatico. Si punisce l’uso dell’angloaziendalese come paramento liturgico dell’incompetenza.

VIII. BOLGIA DEI FALSARI DEL CONIO LINGUISTICO

Qui non stanno i semplici innovatori della lingua, né coloro che registrano sobriamente l’uso vivo. Qui stanno i monetieri del falso conio: coloro che scambiano la lingua per una zecca ideologica, il diritto per un volantino e la morfologia per un referendum permanente.
Sulla porta è scritto: “Qui si batte moneta verbale senza lega, senza titolo e senza corso legale.”

Primo reparto: i coniatori di femminili "a sentimento".
Costoro sono convinti che ogni nome di funzione, professione, carica, ufficio, ruolo o mestiere debba necessariamente avere un gemello femminile prefabbricato, anche quando l’italiano aveva già DA SECOLI strumenti più sobri, più stabili, più eleganti, meno cacofonici o semplicemente più funzionali.
Così ignorano, storpiano o forzano parole come:

* architetto
* assessore
* onorevole
* giudice
* prefetto
* elettricista
* idraulico
* stradino
* questore
* commissario
* pubblico ministero
E non capiscono che il genere grammaticale non coincide meccanicamente con il sesso biologico, con il ruolo sociale, con il profilo LinkedIn o con una circolare interna del dipartimento comunicazione.

Secondo reparto: i sindachisti senza sindachessa.
Qui stanno quelli che ignorano, non ricordano, o fingono di non ricordare, che l’italiano possiede forme storiche e perfettamente intelligibili come:
* sindaco e sindachessa
* presidente e presidentessa
* avvocato e avvocatessa

Così come possiede serie vive, limpide, grammaticalmente sane:
* pittore e pittrice
* manutentore e manutentrice
* scrittore e scrittrice
* direttore e direttrice
* attore e attrice
* autore e autrice
* redattore e redattrice
* lettore e lettrice
* conduttore e conduttrice

Pena: essere trasformati in un suffisso errante, oscillante tra -essa, -trice, -a, -ora, -iera, senza mai trovare il sostantivo giusto a cui attaccarsi.

Terzo reparto: i promotori della “capa”.
Qui la colpa è aggravata, perché non si tratta solo di orrida bruttezza: si tratta di ignoranza geolinguistica con pretesa normativa. “Capa” significa testa, specialmente da Roma in giù. Non è il presunto femminile di capo. Non lo diventa perché lo dice una mail interna. Non lo diventa perché suona emancipato o “inclusivo”. Non lo diventa perché qualcuno lo ha letto in un manualetto di linguaggio amministrativo redento post-Cencelli.

Pena: essere spediti da Roma in giù a spiegare ai nativi che “capa” non significa “testa”, mentre una platea di nonne, portieri, tassisti, fruttivendoli e muratori li corregge coralmente per l’eternità.

Formula della pena, dettata eternamente da un nero cherubin:
“Capa è la testa, anima dannata.
Capo è il capo.
E se proprio vuoi specificare, dici la responsabile, la dirigente, la superiore, la direttrice, la titolare.
Ora ricomincia da capo.
Non da capa.”

IX. BOLGIA DEI GIURISTI DA HASHTAG

Qui la lingua non viene soltanto piegata: viene usata per simulare una categoria giuridica, morale e mediatica in un colpo solo.
Termine principe:
femminicidio.
Per gli aficionados delle ovvietà lapalissiane e dei disclaimer, inconsapevoli della vacuità di ogni excusatio praeterita — parente povera dell’excusatio non petita, essa è quella scusa preliminare, preventiva, non richiesta e già protocollata prima del resto del discorso, a mezza via tra la captatio benevolentiae e l’alzata di scudi retorica —, qui non si discute il dramma reale, né la necessità di nominarlo, studiarlo e reprimerlo. Si contesta il meccanismo mediatico con cui una parola-bandiera errata per mille motivi sostituisce la definizione giuridica, sociologica e causale del fenomeno.
Il punto è dunque lessicale: la trasformazione automatica di ogni fenomeno complesso in termine ombrello alla moda, buono per titoli, talk show, comunicati, campagne, slogan, clickbait, indignazioni seriali e pedagogia televisiva da seconda serata.

In questa bolgia stanno quelli che saltano direttamente alla parola emotivamente carica senza passare dalla definizione e dalla storia del diritto. Come peraltro negli anni ci hanno spiegato fior di insigni giuristi che si sono espressi in merito. Gli strumenti concettuali c’erano già, e da lunghissimo tempo: uxoricidio in primis, e poi estensione, aggravanti, qualificazioni, rapporti di convivenza, relazione affettiva, contesto e movente.

Ma entrare nel merito, scavare, ponderare mille anni di tecnicismi giuridici è troppo lento, troppo tecnico, troppo faticoso: troppo noioso. Meglio una parola-bandiera. Meglio un titolo a effetto. Meglio uno slogan. Meglio un’etichetta che consenta di saltare il lavoro sporco: riconoscere banalmente che una cornice e una fattispecie già esistono, a cui basta eventualmente aggiungere casi, aggravanti, parametri di valutazione. E invece nei talk show, sui giornali, online, solo arrampicate sugli specchi con elenchi socratici ricchi di dettagli e particolari che non qualificano: fidanzati - conviventi - mariti - spasimanti - ex, stalking ante - pre - post - returning, friends with benefits, relazione interrotta - mai iniziata - forse immaginata - unilaterale - extraconiugale - liquida - aperta - quantistica. Bizantinismi, sofismi che non sfiorano minimamente la sostanza: trattare in modo giuridicamente equo il caso di una persona che viene uccisa "nel contesto di" e/o "a causa di" una relazione patologica, degradata, ossessiva, malata, non sana.

Pena: essere condannati a redigere per l’eternità una fattispecie normativa chiara, generale, non sloganistica, capace di coprire in modo razionale tutti i casi evocati senza bisogno di titoli da talk show. Ogni volta che il dannato prova a salvarsi con “ma il caso particolare...”, un vecchio professore di diritto penale gli indica la lavagna e dice: “Benissimo. Allora qualifichi la fattispecie.”
Botola.

X. BOLGIA DEI FUNZIONARI BOLSCEVICHI DELLA LINGUA RIEDUCATA

Sono i più pericolosi, perché non sbagliano soltanto: pretendono che lo sbaglio diventi protocollo. Parole e formule da collocare qui:

* linguaggio ampio
* linguaggio rispettoso
* linguaggio inclusivo
* linee guida per la comunicazione
* declinare ad un femminile inesistente tutte le professioni (vedi anche bolgia ottava)
* superare il "maschile sovraesteso", soprattutto quando è un neutro derivato dal latino
* rendere visibili le soggettività
* persona portatrice di funzione
* soggettività apicale
* figura professionale di riferimento
* persona titolare del ruolo
* funzione monocratica comunale
* autorità apicale municipale

Pena: leggere per l’eternità documenti amministrativi in cui una frase semplice come: “Il responsabile firma il modulo.”
viene riscritta come:
“La persona responsabile, nella propria autodeterminazione funzionale e nel rispetto della pluralità dei profili soggettivi coinvolti, procede alla sottoscrizione documentale del modulo.”
Senza mai arrivare alla firma. Questa bolgia non punisce il rispetto. Non punisce la cortesia. Non punisce la generica volontà di non offendere.
Punisce la trasformazione della lingua in modulistica morale. Punisce la frase che non informa. Punisce la parola che non nomina. Punisce il giro sintattico che sostituisce il pensiero.

XI. COCITO DEGLI “SMART”, DEI “GREEN” E DEI “DISRUPTIVE”

Qui giacciono congelati coloro che appiccicarono aggettivi magici su oggetti ordinari.

* smart working
* smart city
* smart home
* smart lamp
* smart fridge
* smart mobility
* green economy
* green transition
* green packaging
* green washing, naturalmente mai confessato
* disruptive innovation
* storytelling
* narrazione
* esperienza immersiva

Pena: vivere in una smart city dove nulla funziona senza app, QR code, account, password, doppia autenticazione, consenso privacy, aggiornamento firmware e riavvio del router.
La lampadina smart non si accenderà.
Il frigorifero smart chiederà un update.
La mobilità smart sarà ferma per un download urgente.
La transizione green sarà stampata in quadricromia su carta plastificata.
La narrazione sarà più lunga dei fatti.
Lo storytelling sostituirà il prodotto.
L’esperienza immersiva sarà una stanza con tre LED blu e un proiettore fuori fuoco.

XII. GIUDIZIO FINALE SULLA MODERNITÀ LESSICALE

Non ogni parola nuova è barbarie. Non ogni forestierismo è delitto. Non ogni neologismo è un crimine. Non ogni mutamento linguistico va respinto recisamente. Questo è di una banalità assoluta.

La lingua viva acquisisce, trasforma, assorbe, metabolizza, seleziona, uccide, resuscita, contrae, espande, ironizza, specializza. Il problema non è la lingua che cambia grazie alla classe più colta.

Il problema è la lingua contorta, artefatta, offuscata, pedante, fumosa o semplicemente sbagliata e inventata di sana pianta, usata per nascondere l’ignoranza. Il problema è l’inglese usato perché non si conosce l’italiano. Il problema è il latinorum usato per fare scena e poi dimenticato quando servirebbe precisione. Il problema è la morfologia usata come volantino. Il problema è il diritto trattato come hashtag. Il problema è l’aziendalese che sostituisce il pensiero operativo. Il problema è il vezzeggiativo che attenua la responsabilità. Il problema è il superlativo che svuota l’aggettivo. Il problema è la pronuncia esotica appiccicata a parole che si capivano benissimo prima del passaggio doganale a Heathrow. Il problema è il “plas” competitivo di chi non sa pronunciare component. Il problema è il “midia” plan di chi non sa distinguere dato, informazione, comunicazione e rumore. Il problema è il “giunior” talent che deve ancora imparare dove cade l’accento, ma già straparla di leadership e valori aziendali (ossia green washing e "inclusività" nel senso in cui il mitico venditore di calzini della Circumvesuviana chiama tutti i signori "Uè, Brad Pitt" e tutte le signore "Uè, Ggeilo'"). Il problema è la parola che non illumina, ma annebbia.

E sopra la porta dell’ultima sala riunioni, quella dalla quale nessuno è mai uscito con una decisione vera, resterà scritto:

LASCIATE OGNI SPERANZA, O VOI CH’ENTRATE IN CALL.