Ci sono maestri ai quali dobbiamo moltissimo - anche quando, a distanza di anni, ci si accorge di non poterli seguire fino in fondo.
Per chi si è formato fra logica, filosofia della matematica e storia della scienza, nomi come Alexandre Koyré, Gabriele Lolli e Giorgio Israel appartengono senza esitazione a questa categoria. Ci hanno insegnato, ciascuno con strumenti e prospettive differenti, a non leggere la scienza come una successione di formule miracolosamente apparse dal nulla; a ricostruire problemi, linguaggi, contesti e programmi di ricerca; a diffidare delle genealogie troppo semplici e delle storie edificanti scritte dal presente verso il passato.
Proprio per questo possiamo permetterci di applicare il loro stesso metodo anche a uno dei personaggi che più singolarmente hanno affascinato quella cultura scientifica: Jules Henri Poincaré.
Con una premessa che dovrebbe eliminare alla radice qualsiasi equivoco:
"Henri Poincaré è uno dei più grandi matematici della storia."
La frase può tranquillamente rimanere così. Non ha bisogno di essere attenuata, corretta o accompagnata da sorrisetti revisionistici. Il problema nasce quando, quasi impercettibilmente, scompare “uno dei”.
Quando da "uno dei più grandi" si passa a "forse il più grande", poi "il più grande matematico della sua epoca", "l’ultimo matematico universale", fino alle formulazioni nelle quali Poincaré sembra diventare una sorta di punto terminale, attrattore universale verso cui fatalmente convergono matematica, fisica e filosofia scientifica moderne: ecco, questo è un problema.
Non è neppure necessario attribuire direttamente ciascuna di queste formule ai maestri appena ricordati. Il fenomeno è più sottile. Nei maestri troviamo già, talvolta, letture fortemente attualizzanti, talvolta enfatiche o addirittura agiografiche. Nella ricezione successiva basta un solo hop maestro-allievo perché una genealogia diventi anticipazione, un’anticipazione diventi prefigurazione e una prefigurazione finisca per assumere il tono della profezia.
Tra i tanti, proprio Poincaré sembra esserne stato beneficiario in misura straordinaria. Forse conviene allora fare ciò che un matematico farebbe davanti a un oggetto diventato troppo compatto: applicare un operatore discreto e decomporlo nelle sue componenti.
Il nome. L’uomo. Il mito.
Il nome
Cominciamo da ciò su cui non dovrebbe esserci discussione. Henri Poincaré è un gigante.
Non semplicemente "un matematico importante" e neppure soltanto "un grande matematico". Appartiene a quel gruppo estremamente ristretto per il quale l’elenco dei contributi rischia di diventare esso stesso grottesco per lunghezza e varietà.
Meccanica celeste e problema dei tre corpi. Studio qualitativo delle equazioni differenziali. Sistemi dinamici. Funzioni automorfe. Geometria. Topologia e Analysis Situs. Fisica matematica. Elettrodinamica. Trasformazioni di Lorentz. Fondamenti e filosofia della matematica.
Possiamo tranquillamente sottrarre metà degli aggettivi celebrativi e rimane uno dei massimi matematici vissuti fra XIX e XX secolo.
Nel problema dei tre corpi Poincaré individuò strutture omocline destinate ad assumere un’importanza enorme nella successiva teoria dei sistemi dinamici. La linea che da Poincaré conduce a Birkhoff e, attraverso molti altri sviluppi, alla moderna teoria del caos è reale, profonda e storicamente importante.
Ma è, appunto, una linea di sviluppo. Non è la teoria del caos novecentesca già contenuta nelle pagine di Poincaré come Minerva nella testa di Giove.
Analogamente, nei lavori del 1905–1906 Poincaré comprese con profondità eccezionale la struttura matematica delle trasformazioni di Lorentz e contribuì in modo essenziale all’elettrodinamica relativistica. Anche qui non occorre diminuire il risultato di un millimetro per osservare una cosa elementare:
"Anticipare una struttura non equivale ad avere già costruito la teoria nella quale quella struttura acquisterà successivamente il proprio significato."
Due costruzioni possono condividere formule, invarianti e trasformazioni senza coincidere per architettura concettuale, interpretazione fisica e significato epistemologico.
Davanti a qualunque altro autore sarebbe una precauzione metodologica ovvia. Davanti a Poincaré, curiosamente, qualche volta sembra diventare quasi irriverente.
L’uomo
La seconda componente spiega probabilmente una buona parte del fenomeno.
Poincaré non fu soltanto un matematico monumentale. Fu uno dei rarissimi matematici di quel livello capaci di riflettere pubblicamente sulla propria attività scientifica con una prosa limpida, elegante e leggibile anche fuori dalla cerchia degli specialisti.
La Science et l’hypothèse, La Valeur de la science, Science et méthode: già soltanto questa sequenza costituisce uno dei grandi documenti intellettuali fra Otto e Novecento.
Il lettore italiano ha inoltre avuto la fortuna di disporre di traduzioni diventate a loro volta quasi classiche. Dedalo ha pubblicato per molti anni La scienza e l’ipotesi e Il valore della scienza; nel 2022 ha riunito in cofanetto La scienza e l’ipotesi, Il valore della scienza e Ultimi pensieri. A questa costellazione va naturalmente affiancato Scienza e metodo, nell’edizione Einaudi del 1997 curata da Claudio Bartocci.
Vale una piccola precisazione bibliografica: il cofanetto Dedalo non coincide esattamente con la sequenza cronologica delle tre grandi opere epistemologiche La scienza e l’ipotesi, Il valore della scienza e Scienza e metodo, perché sostituisce quest’ultima con i postumi Ultimi pensieri.
Ma sono soprattutto libri che meritano ancora oggi di essere letti. Non come reliquie. Non come curiosità antiquarie. Come libri. Come contributi alla formazione di logici, matematici, filosofi della matematica, gnoseologi ed epistemologi.
Qui sta forse una delle chiavi del fascino.
Gauss, il princeps mathematicorum, non ci ha lasciato una “Filosofia secondo Gauss” scritta con quella brillantezza. Hilbert, per quanto straordinario, non costruisce lo stesso personaggio letterario. Richard Dedekind deve essere ricostruito prevalentemente attraverso la sua matematica e i suoi testi tecnici. Poincaré, invece, si presenta direttamente al lettore e gli racconta che cosa significa, secondo lui, fare matematica e fare scienza.
E lo fa magnificamente. Il rischio è inevitabile: chi sa interpretare così bene la propria attività finisce per apparire anche come il miglior interprete possibile di tutto ciò che da quell’attività nascerà in seguito. Ma le due cose non coincidono.
Il fascino esercitato sui maestri
È difficile non notare quanto Poincaré abbia esercitato un fascino particolare su una parte importante della cultura storico-epistemologica europea del Novecento.
In modi differenti questo clima attraversa Koyré e arriva, nella cultura italiana, a studiosi e maestri come Gabriele Lolli, Giorgio Israel, Edoardo Boncinelli, Umberto Bottazzini e Claudio Bartocci. Profili diversissimi per disciplina e temperamento: logici, storici della matematica, scienziati, epistemologi, curatori. Li accomunava però, in misura differente, una particolare sensibilità verso quella figura ormai quasi irripetibile del savant capace di attraversare matematica, fisica, filosofia e riflessione sulla stessa attività scientifica.
Giorgio Israel, peraltro, fu profondamente inserito anche nella cultura scientifica francese: poliglotta, pubblicò numerosi lavori direttamente in francese e frequentò intensamente quell’ambiente accademico.
Non è una spiegazione psicologica e tanto meno un’obiezione. È semplicemente parte dell’orizzonte culturale nel quale Poincaré veniva letto.
La pagina pubblicata, inoltre, ne restituisce soltanto una parte. Ho avuto la fortuna di ascoltare alcuni di questi maestri dal vivo — lezioni, seminari, conferenze, discussioni meno formali — e ricordo bene che la temperatura dell’ammirazione per Poincaré poteva salire parecchio rispetto alla già elevata temperatura della pagina accademica. Non è certo una testimonianza da trasformare in documento notarile, né pretende di esserlo: appartiene semplicemente alla memoria di quella stagione. Le cautele della scrittura filtravano inevitabilmente entusiasmi che nell’oralità emergevano con maggiore libertà e che, a tratti, potevano assumere un tono apertamente agiografico.
Anche i maestri più rigorosi possono essere meno immuni dal mito quando una figura intercetta profondamente l’atmosfera culturale della loro epoca. Riconoscerlo non significa diminuirli, ma applicare a loro la stessa intelligenza storica che ci hanno insegnato.
E Poincaré offriva qualcosa di irresistibile.
Era il matematico di primissimo rango che parlava di intuizione, invenzione, convenzione, scelta delle rappresentazioni, economia teorica, rapporti fra esperienza e struttura matematica. Era una formidabile alternativa alla patetica caricatura della matematica come macchina deduttiva e del matematico come mero esecutore di conseguenze formali.
Per chi aveva attraversato logicismo, formalismo, intuizionismo, Gödel, crisi dei fondamenti ed epistemologia novecentesca, la tentazione era fortissima:
"Poincaré aveva già capito."
Il problema è precisamente quel “già”. Specialmente perché, se non il maestro in persona, qualcuno inevitabilmente desume che Poincaré “aveva già capito tutto”.
Poincaré come testo generatore: il caso Lolli
Il caso di Gabriele Lolli è particolarmente istruttivo proprio perché non riguarda un divulgatore occasionale, ma uno storico e logico di straordinaria finezza, uno dei più grandi nella storia nazionale.
Nel numero 10 del 1997 de L’Indice, recensendo l’edizione Einaudi di Scienza e metodo, Lolli apre con una formula felicissima:
"Oggi Henri Poincaré assume sempre più il posto che gli compete nella galleria, unica e irripetibile, dei “savants” dell’Europa di un secolo fa."
È difficile trovare una caratterizzazione migliore. Immediatamente dopo, tuttavia, arriva una frase molto più impegnativa:
"Ha fondato ricerche attuali come quelle dello studio qualitativo delle equazioni differenziali, dei sistemi non lineari e del caos, la topologia e altre bazzecole."
La battuta sulle "altre bazzecole" è tipicamente lolliana. Ma proprio l’eleganza della frase rischia di nasconderne la densità storiografica.
Che Poincaré abbia fondato lo studio qualitativo delle equazioni differenziali è difficilmente contestabile. Che sia figura fondativa della topologia è altrettanto ragionevole.
"Ha fondato [...] il caos", invece, opera una compressione temporale assai più forte.
Fra le strutture omocline di Poincaré e ciò che nel secondo Novecento chiameremo teoria del caos stanno Birkhoff, numerosi sviluppi intermedi, nuove nozioni di stabilità e dinamica globale, la topologia dinamica di Smale e molto altro.
Dire che Poincaré è all’origine di questa genealogia è corretto. Dire che "ha fondato il caos" significa già guardare il 1900 dal punto di arrivo del Novecento.
«Il tempo gli ha dato ragione»
Ancora più istruttivo è il passaggio dedicato alle polemiche sui fondamenti. Lolli ricorda l’obiezione poincaréana secondo cui una dimostrazione della non contraddittorietà del principio d’induzione rischiava di impiegare circolarmente proprio lo stesso principio. Poi conclude:
"Il tempo gli ha dato ragione."
Cinque parole, e quasi un intero programma storiografico.
Poincaré aveva individuato un problema reale e profondo. La successiva evoluzione del programma hilbertiano avrebbe mostrato quanto fosse delicato stabilire quali strumenti metamatematici potessero essere ammessi senza reintrodurre surrettiziamente ciò che si pretendeva di giustificare. Ma "il tempo gli ha dato ragione" invita quasi irresistibilmente il lettore a collocare dietro quella frase tutto ciò che verrà dopo: Gödel, Gentzen, teoria della dimostrazione, analisi del finitismo.
La prudente distinzione dovrebbe invece essere: individuare precocemente una difficoltà non equivale a possedere già la teoria che decenni dopo ne determinerà con precisione portata e limiti.
È precisamente in questi piccoli slittamenti che comincia a formarsi e concretizzarsi il Poincaré profetico.
La creatività in matematica: non un capitolo, ma un filo conduttore
Il fenomeno appare con ancora maggiore evidenza in La creatività in matematica. Basta guardare la struttura del volume. Dopo il capitolo iniziale Invenzione, scoperta, creazione, il secondo capitolo porta direttamente il titolo:
"Poincaré e l’inconscio".
Seguono matematica e arti, numeri, matematica contemporanea, logica, Bourbaki, assiomi, dimostrazione, immagini, analogia e metafora, discreto e continuo, mito, computer, cervello. Poincaré, tuttavia, non rimane certo confinato nel secondo capitolo.
L’indice dei nomi lo registra dall’inizio del volume fino alle ultime pagine: 11–12, 21 e seguenti, 35–37, 63, 116, 121, 125, 127–128, 164, 180–181, 187–188, 191, 197. Ma il dato interessante non è soltanto quantitativo. È la dispersione tematica.
Poincaré ricompare quando il discorso si sposta dall’invenzione all’immagine, dall’analogia al mito, dal computer al cervello. Non occupa semplicemente un capitolo: funziona come una sorta di riferimento ermeneutico permanente. E Lolli lo dichiara, in un certo senso, esplicitamente. Nel capitolo sull’inconscio, che è il secondo, ricorda che Hadamard aveva organizzato la propria analisi della scoperta matematica sulla traccia delle osservazioni autobiografiche di Poincaré. Commentando il metodo con cui Poincaré racconta le circostanze della propria invenzione senza gravare il lettore della tecnica del teorema, Lolli scrive in nota:
"Seguiremo in questo libro la stessa strategia [...] non interessa il teorema ma la sua creazione."
Questo è un passaggio metodologicamente decisivo. Poincaré non è più soltanto “uno degli autori” discussi nel libro: fornisce esplicitamente una strategia espositiva e interpretativa assunta dall’autore stesso. La sequenza storica è reale:
Poincaré - Hadamard - Lolli.
Hadamard costruisce realmente una parte importante della propria psicologia dell’invenzione sulle testimonianze di Poincaré. Lolli non inventa quindi alcuna genealogia. La domanda è un’altra: quanto peso teorico possiamo attribuire a una descrizione autobiografica, per quanto straordinariamente acuta?
Inventare è discernere, è scegliere
Qui Poincaré diventa quasi irresistibile. L’invenzione matematica, spiega, non consiste nel produrre indiscriminatamente combinazioni. Il problema è selezionare quelle fertili:
"Inventare è discernere, è scegliere".
La scelta è guidata da quella che Poincaré chiama una sensibilità estetica: percezione dell’ordine, dell’armonia, delle relazioni inattese fra oggetti apparentemente lontani. Poi arriva il celebre racconto autobiografico. Lavoro cosciente. Fallimento. Interruzione. Attività subliminale. Illuminazione improvvisa. Ritorno alla verifica razionale. Le combinazioni che emergono alla coscienza sembrano essere già state sottoposte a un primo filtraggio. Poincaré arriva così ad attribuire al "sé subliminale" capacità di selezione, discernimento e perfino una sorta di tatto matematico. È difficile leggere queste pagine senza avvertire la loro impressionante modernità. Ma è precisamente qui che occorre applicare il nostro operatore discreto:
"Una descrizione fenomenologica eccezionalmente acuta del processo creativo non è ancora una teoria cognitiva moderna della creatività."
Fra le due cose possono esistere continuità, analogie, intuizioni anticipatrici. Non sono però sinonimi. Poincaré descrive ciò che sperimenta e propone un modello interpretativo.
Una moderna psicologia cognitiva dovrebbe invece specificare meccanismi, produrre ipotesi controllabili, distinguere tipi differenti di elaborazione non cosciente, separare memoria, associazione, selezione, insight e verifica. La distanza ovviamente non sminuisce Poincaré. Semplicemente impedisce di trasformare Henri nella Sibilla Cumana della scienza cognitiva. E, parlando di preveggenza, sarà opportuno precisare che ci riferiamo sempre a Henri Poincaré: l’altro Henri, Bergson, aveva per sorella Mina Bergson, meglio conosciuta come Moina Mathers, e in quella famiglia le pretese professionali di divinazione appartenevano semmai a tutt’altro ramo.
Come nasce la profezia: un solo hop
A questo punto il meccanismo diventa visibile. Non abbiamo necessariamente un maestro estremamente prudente seguito da allievi improvvisamente irresponsabili. La sequenza reale può essere molto più sottile:
Poincaré formula un’intuizione autentica → uno storico successivo la legge alla luce di sviluppi posteriori → la definisce anticipazione o sorprendente attualità → un solo hop successivo la trasforma in teoria già posseduta.
Si passa così, quasi senza accorgersene, da:
"Poincaré individuò una difficoltà che diventerà fondamentale"
a:
"Poincaré anticipò la teoria X"
e infine:
"Poincaré aveva già capito ciò che gli altri avrebbero scoperto solo decenni dopo".
È una trasformazione iterata con errore crescente. Ed è tanto più interessante osservarla proprio in una tradizione storiografica così colta, tecnicamente raffinata e normalmente sospettosa verso le narrazioni teleologiche.
Poincaré e Grothendieck: una tentazione molto francese
A latere esiste poi una coppia simbolica particolarmente seducente: Poincaré e Grothendieck. Non certo perché i due matematici siano direttamente comparabili per temi, metodi o temperamento. Quasi il contrario. Ma sono due figure ideali per costruire una grande narrazione della matematica francese: Poincaré come ultimo grande savant universale fra Ottocento e Novecento; Grothendieck come rifondatore radicale di interi territori della matematica del secondo Novecento. È un’accoppiata culturalmente formidabile.
E perfettamente comprensibile. La Francia può mettere sul tavolo due nomi realmente giganteschi, lontanissimi fra loro e capaci entrambi di incarnare un ideale eroico del matematico: da una parte l’intuizione sintetica e la vastità quasi enciclopedica di Poincaré; dall’altra l’ambizione strutturale estrema di Grothendieck e la ricostruzione di intere discipline attraverso nuovi oggetti e nuovi linguaggi. La grandeur, questa volta matematica, viene quasi spontaneamente.
Ma anche qui il problema comincia soltanto quando dall’ammirazione si passa alla classifica. "Due fra i massimi matematici dell’età moderna" è una frase perfettamente difendibile. "I due più grandi" richiede già di spiegare perché Gauss, Euler, Newton, Hilbert, Riemann, Noether, von Neumann e parecchi altri siano stati fatti accomodare in fila fuori dalla stanza.
Un piccolo esperimento di controllo: Gauss
Esiste infatti un test molto semplice per misurare la temperatura dei superlativi. Quando qualcuno arriva a "Poincaré, forse il più grande matematico della storia", pronunciamo sommessamente un nome:
Carl Friedrich Gauss.
Pausa. A quel punto possiamo ricominciare la discussione. Perché se vogliamo davvero costruire una classifica impossibile, Gauss rappresenta un problema quasi insolubile. Teoria dei numeri, algebra, geometria differenziale, geodesia, astronomia, analisi, teoria del potenziale, probabilità, teoria degli errori, magnetismo. Non semplicemente contributi distribuiti in molti settori: in parecchi casi trasformazioni radicali del modo nel quale quei settori formulavano i propri problemi.
E Gauss supera brillantemente anche quello che potremmo chiamare il test di eliminazione agiografica. Cancelliamo gli aneddoti del bambino prodigio. Cancelliamo la somma da 1 a 100. Cancelliamo le scoperte rimaste negli appunti. Cancelliamo tutte le priorità retrospettive dubbie. Di più: cancelliamo pure tutte le occorrenze pari (o dispari, a scelta) del nome "Gauss" da un buon trattato avanzato. È molto probabile che, alla fine, "Gauss" rimanga comunque uno dei cognomi più frequenti dell’intero volume.
Il problema storico con Carl Friedrich Gauss non sembra certo essere la scarsità di riconoscimenti ricevuti. Per questo risultano particolarmente buffe certe narrazioni del tipo "oggi finalmente a Gauss viene riconosciuto il merito" per qualche algoritmo o procedimento moderno che può essere retrospettivamente accostato a un suo metodo. Gauss non è il buon reverendo Kirkman. Non è neppure Schurig o Berger, oscuri scacchisti ottocenteschi dei quali occorre ricostruire la priorità delle celebri tabelle per tornei round robin.
Non necessita di campagne di recupero dall’oblio.
E poi arrivano Birkhoff, Stone e von Neumann
Ma persino Gauss serve soprattutto a mostrare quanto sia mal posta la domanda. Appena si sposta l’asse di valutazione, cambiano i candidati. Se guardiamo alla costruzione strutturale della matematica del Novecento, diventa impossibile ignorare figure come Garrett Birkhoff e Marshall Stone. Se allarghiamo il campo fra matematica pura, fisica matematica, fondamenti, teoria degli operatori, teoria dei giochi e computazione, compare John von Neumann, e qualsiasi graduatoria lineare comincia semplicemente a perdere significato. Profondità, ampiezza, capacità fondativa, influenza, fertilità, permanenza dei risultati, trasformazione dei linguaggi: non esiste una sola coordinata sulla quale ordinare questi matematici. Per questo la formula iniziale era già quella giusta:
"Henri Poincaré è uno dei più grandi matematici della storia."
Non occorre aggiungere altro.
Decomporre non significa demolire
Ed eccoci infine al punto fondamentale. Demistificare Poincaré non significa “ridimensionarlo”. Significa precisamente il contrario. Il matematico reale è infinitamente più interessante della statua, e qui dobbiamo necessariamente pensare al celebre aneddoto della statua sulla colonna che Godfrey Hardy racconta in chiusura dell’Apologia di un matematico. Il Poincaré reale può formulare intuizioni spettacolari senza possedere tutte le loro conseguenze future. Può aprire una strada che Birkhoff o altri percorreranno molti anni dopo. Può utilizzare strutture che assumeranno un significato nuovo dentro teorie non ancora esistenti. Può cambiare posizione. Può sbagliare. Può essere figlio del proprio tempo pur vedendo più lontano di quasi tutti i contemporanei. Ed è esattamente questo che fanno i grandi scienziati.
L’agiografia produce invece un personaggio molto meno interessante: quello che aveva già previsto il caos, già compreso la relatività, già anticipato questo, già intuito quello, già delineato la psicologia cognitiva della scoperta matematica, fino a trasformarsi in una specie di deposito retroattivo nel quale il Novecento può ritrovare praticamente qualunque cosa desideri.
Non serve. Possiamo togliere le retroproiezioni, gli "aveva già capito", qualche priorità costruita per analogia e qualche superlativo particolarmente entusiasta. Dopo l’applicazione dell’operatore discreto, rimane Henri Poincaré: uno dei più grandi matematici della storia, uno scienziato di ampiezza eccezionale, un filosofo della scienza ancora fertilissimo da leggere e uno degli ultimi grandi savants europei. Non è poco. Anzi, è immensamente di più di quanto occorra per non aver bisogno del mito.
Riferimenti essenziali
H. Poincaré, La scienza e l’ipotesi, Dedalo, Bari, varie edizioni italiane.
H. Poincaré, Il valore della scienza, Dedalo, Bari, varie edizioni italiane.
H. Poincaré, Scienza e metodo, a cura di Claudio Bartocci, Einaudi, Torino, 1997.
H. Poincaré, Ultimi pensieri, Dedalo.
H. Poincaré, cofanetto Dedalo, 2022: La scienza e l’ipotesi, Il valore della scienza, Ultimi pensieri.
H. Poincaré, Geometria e caso, a cura di Claudio Bartocci, Bollati Boringhieri, Torino, 1995.
G. Lolli, recensione a H. Poincaré, Scienza e metodo, L’Indice, 1997, n. 10.
G. Lolli, La creatività in matematica.
J. Hadamard, La psicologia dell’invenzione in campo matematico.
J. Dieudonné, "Poincaré, Jules Henri", in Dictionary of Scientific Biography.
P. Holmes, "Poincaré, celestial mechanics, dynamical-systems theory and “chaos”", Physics Reports, 193 (1990), pp. 137–163.