Il ciclo delle “Donne” del Tenente Sheridan è uno degli esempi più curiosi, eleganti e riusciti del giallo televisivo italiano d’epoca: quattro sceneggiati costruiti sui semi delle carte — fiori, quadri, cuori, picche — attorno alla figura di Ezechiele “Ezzy” Sheridan, l’investigatore in spolverino chiaro interpretato da Ubaldo Lay.
Si comincia con La donna di fiori nel 1965, diretta dal mitico Anton Giulio Majano, e si prosegue con La donna di quadri nel 1968, La donna di cuori nel 1969 e La donna di picche nel 1972, queste ultime tre dirette da Leonardo Cortese su soggetti di Mario Casacci e Alberto Ciambricco.
La cosa affascinante è che non si tratta di un espediente nominale buttato lì per fare colore. I quattro semi funzionano davvero come principio ordinatore del racconto. I fiori richiamano la terra, la famiglia, il possesso, il radicamento patrimoniale. I quadri diventano diamanti, refurtiva, galleria d’arte, cornice che nasconde il segreto. I cuori introducono il sentimento, l’errore passionale, la vulnerabilità dello stesso detective. Le picche chiudono il ciclo con un’ombra più cupa, quasi terminale, fino al colpo di pistola che suggella la parabola sheridaniana. È una piccola architettura simbolica, semplice ma perfettamente leggibile.
La donna di fiori è il primo tassello: sei puntate del 1965, ancora sotto la mano di Majano. Sheridan è in trasferta a Lake Town, alle prese con una tenuta su cui convergono interessi economici, una famiglia sull’orlo del dissesto, una ragazza scomparsa, un giocatore ucciso e un altro uomo morto avvelenato. La carta della donna di fiori sottratta dal mazzo diventa il segnale di un disegno criminale tutt’altro che improvvisato.
Qui il giallo ha ancora una forte impronta da romanzo d’enigma televisivo: molti personaggi, relazioni patrimoniali, eredità morali e materiali, sospetti incrociati, moventi che nascono da denaro, terra, rancori e desideri. Il cast è di notevole densità teatrale e televisiva: accanto a Lay troviamo, tra gli altri, Roldano Lupi, Andrea Checchi, Vittorio Sanipoli, Luigi Vannucchi, Antonella Della Porta, Laura Tavanti e Graziamaria Spina.
È forse il capitolo più classico nel senso pieno del termine: meccanismo, indizi, genealogie, interessi fondiari, atmosfera californiana ricreata con mezzi RAI e con quella convenzione scenica che oggi può far sorridere solo chi non capisce la grammatica dello sceneggiato. Non è realismo geografico: è San Francisco e dintorni filtrati dalla televisione italiana degli anni Sessanta. Proprio per questo possiede un fascino astratto, quasi da teatro poliziesco.
Con La donna di quadri, cinque puntate del 1968, il ciclo trova una forma più mondana, più elegante, più internazionale. Il caso nasce dall’omicidio del barone Müller, pugnalato in un parco di San Francisco dopo essere arrivato negli Stati Uniti su uno yacht proveniente dall’Europa. La vicenda si intreccia con la sparizione di una collezione di diamanti collegata al pannello della “donna di quadri”.
Ed ecco il colpo di grazia iconografico: la donna di quadri non è solo una carta, ma un quadro, un oggetto d’arte che diventa contenitore, indizio, feticcio narrativo. Il furto di gioielli e l’omicidio conducono Sheridan in un’indagine che passa dalla San Francisco immaginaria dello sceneggiato fino a una crociera in panfilo e a Capri.
Qui va citata con pieno diritto la splendida Olga Villi, presenza di classe assoluta, volto da cinema maturo, elegante senza il minimo sforzo. Nel cast figurano anche Silvia Monelli, Tino Carraro, Mario Maranzana, Lino Troisi, Antonella Della Porta, Sergio Graziani e Sandro Moretti.
È il capitolo dove il ciclo Sheridan si avvicina maggiormente al giallo di lusso: panfili, gallerie d’arte, diamanti, aristocratici, stranieri, sospetti da crociera. Ma sotto il vestito elegante resta sempre il metodo di Sheridan: osservazione, calma, logica, progressiva riduzione del campo. Lay non forza mai. Non fa il duro all’americana, non fa il genio istrionico, non gigioneggia. Lavora per sottrazione, come un investigatore televisivo nato prima dell’epoca dell’iperbole.
La donna di cuori, cinque puntate del 1969, è forse il capitolo più sorprendente del ciclo, perché introduce una crepa sentimentale nell’infallibilità del tenente. Frank Morgan, comproprietario di una società di import-export di oggetti d’artigianato, subisce due attentati. Sheridan scopre poi una polizza da un milione di dollari sottoscritta da Morgan, Vera Davis e Sandy Velasco, ciascuno a favore degli altri due. Seguono la morte di Velasco, l’assassinio dell’investigatore assicurativo Callum e una serie di lettere firmate “La donna di cuori”.
Il cuore, qui, non è decorazione romantica: è fattore di perturbazione. Sheridan si lascia coinvolgere da Vera Davis, interpretata da Emma Danieli, e proprio questo coinvolgimento lo espone all’errore, al depistaggio, persino alla sospensione dal servizio per sottrazione di prove.
Accanto alla Danieli c’è una presenza interessantissima: Sandra Mondaini, qui in un ruolo non comico, affiancata da Amedeo Nazzari, Antonella Della Porta, Carlo Cataneo, Dario De Grassi e Franco Odoardi. La collocazione dichiarata è Baia Domizia, e questo sposta Sheridan in un paesaggio più riconoscibilmente vacanziero, quasi balneare, pur restando all’interno della convenzione internazionale della serie.
È probabilmente la “donna” più melodrammatica, ma non in senso deteriore. Qui il giallo si sporca di passione, e il metodo investigativo viene messo alla prova non da un indizio mancante, ma da una disposizione emotiva. Il detective non è battuto perché non vede, ma perché per un momento vede troppo da vicino.
La donna di picche, cinque puntate del 1972, chiude il ciclo. Il meccanismo narrativo parte da un concorso di bellezza, Lady Telemondo, organizzato dalla World Helicopter Touring: a ogni concorrente viene abbinata una carta da gioco. Quando viene rapita Consuelo Manero, la concorrente associata alla donna di picche, Sheridan deve occuparsi di un caso che lo conduce anche in Spagna.
Il cast comprende, oltre a Lay, Maria Cuadra nel ruolo di Consuelo Manero, Giulia Lazzarini, Luigi Pistilli, Angiola Baggi, Gaia Germani, Mario Erpichini, Osvaldo Ruggieri, Carlo Bagno e Walter Maestosi.
Qui il seme di picche è quasi programmatico: non solo mistero, ma fine del gioco. Queste cinque puntate rappresentano il saluto all’infallibile poliziotto di San Francisco. Sheridan viene colpito da una pallottola, e la successiva Indagine sui sentimenti del 1984 lo ritroverà infatti ormai in pensione, sopravvissuto a quel colpo.
È il capitolo più tardo e, inevitabilmente, quello più vicino a una sensibilità già diversa: concorsi, elicotteri, internazionalismo televisivo, un’aria da anni Settanta ormai pienamente entrati in scena. Ma il corpo morale del racconto resta antico: amicizia, colpa, tradimento, prezzo personale dell’indagine.
Nel complesso, il ciclo delle quattro “Donne” è una piccola cattedrale del giallo televisivo italiano. Non perfetta, non sempre agile, talvolta appesantita dalla durata e dalla convenzione scenica, ma dotata di una nobiltà artigianale che oggi appare quasi commovente. Casacci e Ciambricco costruiscono enigmi solidi, Lay porta Sheridan con una misura attoriale ormai rarissima, e la RAI dell’epoca mette insieme cast teatrali e cinematografici di prim’ordine con mezzi relativamente sobri ma con un’idea precisa di racconto.
Il vero fascino sta nel compromesso: America ricostruita in Italia, noir senza violenza esibita, femminilità non ridotta a tappezzeria ma posta al centro del dispositivo narrativo, attori da palcoscenico dentro un poliziesco popolare, semi delle carte trasformati in struttura simbolica.
Fiori è il possesso. Quadri è il valore. Cuori è il sentimento. Picche è la ferita finale.
E in mezzo c’è Sheridan: uomo solo ma non nichilista, detective razionale ma non meccanico, figura di un’Italia televisiva che sapeva ancora fare genere senza vergognarsene. Non noir americano, non procedural moderno, non sceneggiato letterario puro: qualcosa di più raro. Un giallo RAI con grammatica da camera, ambizione da romanzo popolare e un mazzo di carte usato come destino.
Un ultimo dato che oggi va forse ricordato con forza: questi sceneggiati mettono in campo il Gotha del teatro italiano dell’epoca. Non sono gli "attori" delle soap all'acqua di rose. Qui, eccetto Foà altrove impegnato, non manca praticamente nessuno del parterre de roi degli attori teatrali più venerati, autorevoli e carismatici fra anni Sessanta e primi Settanta: volti e voci formati sul palcoscenico, interpreti abituati alla parola, al gesto, alla presenza scenica, alla costruzione del personaggio senza bisogno di scorciatoie. Rivederli oggi significa anche ritrovare una stagione in cui la televisione popolare poteva convocare, quasi con naturalezza, un’aristocrazia attoriale che veniva dal teatro, dal cinema, dalla radio e dallo sceneggiato, e metterla al servizio di un giallo per il grande pubblico. Altro che prodotto minore: qui siamo davanti a una televisione che faceva genere con i mezzi della grande tradizione teatrale italiana. Gli sceneggiati RAI degli Anni d'Oro.
"Soul Sacrifice" è il titolo di uno dei più avvicenti pezzi storici di Carlos Santana, reso immortale dalla performance a Woodstock. Tuttavia, se cercate un blog monografico in materia, avete sbagliato indirizzo. Questo è solo l'ennesimo zibaldone scoordinato di pensieri a ruota libera, gestito da un utente (molto) pigro e (un po') blasée.
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venerdì 31 luglio 2026
Le quattro donne del Tenente Sheridan: quando la RAI faceva noir con il mazzo di carte
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