venerdì 31 luglio 2026

Il lessico “postmoderno”: appendix all’Inferno dantesco

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate (in call).

Faccio parte di quella piccola schiera di parlanti (e scriventi) italiani che già il Bembo, e modernamente Serianni, De Mauro, Migliorini e numerosi altri linguisti chiamano locutori privilegiati, situati in una precisa area geografica osco-umbra. Come tale, e in virtù di una scolarizzazione decente (ai miei tempi non s’entrava al Liceo Scientifico senza già determinate conoscenze e capacità, e men che meno se ne usciva senza averle seriamente decuplicate), ammetto senza remore di possedere un’avversione innata verso neologismi assurdi, frivole mode linguistiche, cacofonie assortite, modi di dire urticanti ripresi da tormentoni di comici di serie Z o rimbalzati sulla Rete.

Non si tratta di essere puristi per vezzo, né custodi imbalsamati di una lingua morta, né nostalgici del calamaio, del telefono a disco SIP e del ragioniere mezzemaniche con la visiera verde. La lingua cambia, si evolve, è sempre cambiata, e continuerà a cambiare. Il primo problema da porsi è però chi la cambia, e semmai come. Gli scrittori (quelli veri: parliamo di penne del calibro di Calvino, Sciascia, Pratolini...), i grandi giornalisti (Montanelli basta e avanza come esempio), i saggisti alla Sartori... sono costoro, esattamente costoro, che guidano e orientano il cambiamento. Non certo la sciura Adalgisa casalinga (divorziata) di Voghera che “fa apericena” con le amiche del latinoamericano, non certo il blogger di provincia, non certo gli “influencer” o gli utenti dei social. Né tantomeno gli imbrattacarte dei grandi quotidiani padronali schierati, dei periodici patinati, della blogosfera fighetta.

Questo è il primo pilastro ineludibile. E se anche la Crusca di recente si è ignobilmente piegata alla mera registrazione notarile ex post di abomini linguistici e crimini contro la lingua di Dante, c’è e ci sarà sempre chi non può fare a meno di trovare emetiche certe espressioni, ributtanti certi lemmi, esilaranti certe pretese di conio ex nihilo.

Una cosa è il mutamento vivo, fisiologico, necessario, generato dall’élite culturale (quella vera, non gli “organici”: e qui l’ambiguità coi rifiuti è decisamente voluta); altra cosa è il falso conio linguistico prodotto da ignoranza, pigrizia, provincialismo, aziendalese, socialismo verbale, comunicazione inclusiva d’accatto, inglese da brochure, latino da dopolavoro e italiano da riunione motivazionale.

Perciò necesse est istituire una piccola appendice infernale, con gironi, bolge, balze e pene adeguate. Non ce ne voglia il Vate.

I. LIMBO DELLE MOLLIZIE VEZZEGGIATIVE

Quivi stan color che vollero rendere “adulto” il mondo... con lessico da merendina confezionata e asilo Mariuccia.

* attimino
* caffettuccio
* aperitivino
* cenetta
* birretta
* telefonatina
* messaggino
* progettino
* problemino
* riunioncina
* favorino
* cosina

Pena: restare per l’eternità in attesa di “un attimino”, convocati per una “riunioncina” di sette ore e quarantasette minuti, durante la quale qualcuno chiede “un favorino” che implica trasloco, notaio, Excel, sabato mattina e forse anche una procura speciale da Roma.

Il “caffettuccio” sarà sempre un ginseng tiepido, in bicchierino di carta molle.
La “cenetta” inizierà sempre alle 21:42. Orari spagnoli, anche nel profondo Nord.
La “telefonatina” durerà 87 minuti.
Il “problemino” sarà una migrazione ERP fallita verso SAP, del costo di circa 6 milioni di eurazzi + piè di lista e due anni di terapia del senior di una delle Big4 che ha firmato la consulenza.

II. CERCHIO DEGLI IBRIDI GASTRO-SOCIALI

Quivi lo linguaggio non descrive più il reale: lo frigge, lo impiatta su ardesia e lo serve con riduzione di balsamico e semi di chia. Sono i babbei del “facciamo aperitivo” perenne.

* apericena
* brunch (usato come stato ontologico)
* food experience
* comfort food
* poké bowl (una volgarissima insalata di riso, o riso freddo che dir si voglia)
* drinkino
* seratina easy
* vibes
* mood

Pena: vagare in eterno tra buffet tiepidi, cous cous sospetto, focacce spiritualmente umide, prosecco industriale, olive stanche e gente che dice “wow... vibes” guardando una lampadina Edison finta vintage, attacco E27.
Il peccatore non saprà mai se sta facendo colazione, pranzo, merenda, cena, spuntino, aperitivo o abiura definitiva della civiltà e della cronobiologia.

III. MALEBOLGE DEL CORPORATE ITALGLISH

Quivi l’anime dannate
parlano sì come slide
di PowerPoint animate.

* briefare e debriefare
* forwardare
* schedulare
* callare
* pushare
* deliverare
* performare
* ingaggiare
* efficientare
* pingami
* ci fasiamo
* facciamo il punto
* apriamo un tavolo
* portiamolo in call
* lo vediamo offline
* gentle reminder
* FYI, ASAP ogni tre parole
* deadline sfidante
* roadmap
* milestone
* best practice
* lesson learned

Pena: partecipare per l’eternità a debriefing su riunioni preparatorie di altri debriefing, ricevendo email forwardate senza oggetto, senza contesto, con allegati da 47 MB e messaggio introduttivo: “FYI, ci fasiamo ASAP su Teamz”.
Ogni meeting schedulato “per fare un punto” poteva essere una riga di testo.
Ogni “gentle reminder” sarà consegnato con la delicatezza di una cartella esattoriale incisa su tavole di pietra modello Monte Sinai.
Ogni “deadline sfidante” sarà decisa da qualcuno che non ha mai visto un Gantt, un critical path, un requisito, un vincolo, una verifica o un essere umano stanco.

IV. ANTINFERNO DEI SOCIALISMI VERBALI

Quivi stanno le formule senza soggetto, senza predicato e senza vergogna così abusate sui social e dintorni.

* ma anche no
* ma resto umile
* ti lovvo
* top
* adoro
* tanta roba
* ci sta
* ciaone
* hai spaccato
* mi dissocio
* red flag
* tossico
* cringe
* boomer
* triggerare
* spoilerare
* blastare
* flexare
* shottare
* skillare
* io boh, io mah e altri grugniti similari

Pena: ogni volta che il dannato tenterà di articolare una distinzione, una premessa, un’inferenza o un minimo sillogismo, verrà schiacciato come Wile E. Coyote da enormi massi con su incise le scritte “cringe”, “red flag”, “tossico” e “boomer”. Come negli exempla del Purgatorio, i massi saranno annunciati da voci disincarnate, con la pronuncia di chi non saprebbe cambiare estensione a un file, distinguere causa e correlazione o trovare una cartella senza l’icona sul desktop.
Chi disse “ma resto umile” sarà obbligato a firmare ogni frase con “i fratelli Caponi, che siamo noi, modestamente”.
Chi disse “ti lovvo” sarà avvolto da una doppia fiamma, come Paolo e Francesca, ma col suo strawman preferito e senza poter coniugare decentemente un verbo.
Chi davanti ad un'argomentazione razionale che annichilisce la sua pochezza si "triggera" manco fosse una scadente porta logica TTL a trigger di Schmitt, avanzo di magazzino anni 70, chi inalbera "red flag" ad ogni piè sospinto come il Gran Pavese dell'Amerigo Vespucci ma in monocolore per daltonici, ha un posto prenotato nella palude Stigia, accanto alla famosa cortigiana Taide. Sì, proprio quella che si gratta con l'unghie merdose, e senza nail art. Così vediamo se fanno ancora tanto gli schizzinosi.

Oh, a proposito: per chi si fosse sintonizzato da poco, ripetiamo volentieri un concetto. Repetita juvant. I veri boomer sono unicamente "i nati durante il boom economico e demografico". Di norma tale generazione viene individuata in modo grossolano con i nati tra il 1945 e il 1965, seguendo la sorpassata convenzione (legata alla civiltà contadina e alla storiografia antica) che una generazione copra mediamente quattro lustri. In realtà, numerosi storici e sociologi seri (tra i quali Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia, Giordano Bruno Guerri e Franco Cardini) identificano la generazione boomer come quella che ha vissuto in prima persona i moti studenteschi e il famigerato decennio di piombo tra il 1968 e il 1977, ultimo anno della contestazione.
Ne consegue che, con questa assai più calzante definizione, l'ultimo boomer è nato entro la fine del 1959.
La demarcazione, lungi dall'essere un puntiglio da grigi impiegati anagrafici, è essenziale e dirimente da un punto di vista socioantropologico. Da lì in poi è infatti tutta un'altra storia con la Generazione X, quella che invece ha vissuto gli anni Ottanta, la rivoluzione del personal computing e molto altro ancora, con riferimenti culturali diametralmente opposti a quelli dei boomer e una competenza informatica media che tanto i boomer quanto le "generazioni digitali" tap'n'drag possono solo sognare. Just to say.

IV-BIS. SUPPLEMENTO DI PENA PER I CONFUSORI DEL BELLO E DEL BUONO

A parte, in una buca laterale dell’Antinferno, stanno coloro che scrivono “sono una brutta persona?” riferendosi a comportamenti, omissioni, pensieri, desideri onirici e altre turbolenze dell’io, proiettate rigorosamente sul piano etico, morale, assiologico.

Il che è Male, nel senso tecnico del peccato semantico: perché esiste una caterva di aggettivi enormemente più appropriati, idonei, adeguati, radicati nelle sfere concettuali a cui davvero si pretende di attingere.

Una persona può essere scorretta, maleducata, sleale, opportunista, infantile, negligente, molesta, egoista, stupida, irresponsabile, socialmente inadeguata o semplicemente priva di freni inibitori. Ma “brutta” no: “brutta” appartiene fondamentalmente e primariamente all’ordine dell’estetica, non della morale. Si dice di persona inguardabile, sgraziata, non attraente, o perfino di aspetto ripugnante, ributtante.

O stiamo ancora a confondere il bello e il buono in una kalokagathia da hard discount, stiracchiata tra presocratici male orecchiati, didascalie Instagram e psicologhese da rotocalco?

Non si tratta certo di essere “brutti”. Il problema è essere eventualmente cattivi, scorretti, inaffidabili, inopportuni, irrispettosi, molesti, approfittatori o intellettualmente disonesti.

Pena: ogni volta che il dannato scrive “sono una brutta persona?”, comparirà un vecchio docente di filosofia morale con una lavagna di ardesia e gli chiederà:

“Brutta in che senso?
Estetico?
Etico?
Giuridico?
Pragmatico?
Relazionale?
Deontologico?
Virtuoso?
Consequenzialista?
Contrattualista?
Fornisca una definizione coerente, per cortesia.”

Se il dannato risponde “era solo per dire”, la lavagna gli cadrà sul piede.

Se risponde “vabbè, si capiva, lo dicono tutti”, sarà condannato a distinguere per l’eternità tra bello, buono, giusto, corretto, lecito, opportuno, elegante, decoroso e non perseguibile penalmente.

Botola supplementare.

V. CERCHIO DEI SUPERLATIVI SVUOTATI

Quivi lo linguaggio defunge per inflazione semantica.

* pazzesco
* assurdo
* devastante
* iconico
* epico
* clamoroso
* spaziale
* totale
* definitivo
* letteralmente usato per ciò che non è letterale

Pena: non poter più usare aggettivi normali come buono, utile, corretto, notevole, sobrio, elegante, preciso, efficace, ben fatto.
Tutto sarà “pazzesco”. Anche un parcheggio. Anche una penna. Anche un preventivo. Anche il brodo granulare. E quando tutto è pazzesco, nulla lo è più.

VI. BOLGIA DEGLI EUFEMISMI MANAGERIALI

Quivi la lingua viene usata non già per dire ciò che accade, ma per non dirlo.

* green
* smart
* inclusivo
* sostenibile
* opportunità di crescita
* momento sfidante
* ristrutturazione
* razionalizzazione
* nuova governance
* change management
* stakeholder engagement
* portare valore
* creare sinergie
* fare sistema
* mettere a terra
* uscire dalla comfort zone
* pensare fuori dagli schemi
* a 360 gradi
* a tutto tondo
* disruptive

Traduzioni:
“Opportunità di crescita” significa lavoro in più, più responsabilità, medesimo stipendio.
“Momento sfidante” significa un gran casino (ma senza le meretrici).
“Ristrutturazione” significa che qualche testa sta per saltare, con somma gioia delle tricoteuses.
“Razionalizzazione” significa altri tagli di teste.
“Change management” significa che vi cambiano tutto, senza aver capito bene cosa facevate prima.
“Nuova governance” significa altre riunioni, più firme, più moduli, più burocrazia, meno responsabilità identificabili.
“Stakeholder engagement” significa convincere persone pregiudizialmente contrarie a metter mano al portafogli con un profluvio di slide molto colorate.

Pena: riscrivere per l’eternità una frase semplice come “dobbiamo decidere chi fa cosa” nella forma:
“Occorre avviare un percorso condiviso di stakeholder engagement finalizzato alla messa a terra di una governance inclusiva e sostenibile, orientata alla creazione di valore attraverso sinergie trasversali.”
Senza mai arrivare a decidere chi fa cosa.

VII. BOLGIA DEL LATINORUM A COTTIMO

Quivi stanno coloro che amano il latino quando dà prestigio, ma lo dimenticano appena imporrebbe precisione.

Conoscono:
* status
* media
* focus
* bonus
* plus
* mission
* vision

Ma davanti a:
* more uxorio
* lato sensu
* stricto sensu
* ratio legis, ope legis
* ex ante, ex post
* fattispecie
cominciano a sudare come studenti impreparati all’esame di diritto privato.

Pena: ogni comunicato stampa scritto in lingua enfatica e giuridicamente opaca tornerà indietro con timbro rosso:
“Respinto. Categoria lessicalmente suggestiva, concettualmente indeterminata, normativamente inutile.”

VII-BIS. BALZA DEI PRONUNCIATORI AZIENDALESI BOOMERANG

Questa è la balza più infima della bolgia precedente. Quivi stanno coloro che, non sapendo più distinguere latino, italiano, inglese, tecnicismo e supercazzola, prendono parole perfettamente integrabili nella nostra tradizione colta e le fanno rimbalzare a Heathrow prima di riammetterle in sala riunioni.
E così:
plus diventa plas.
media diventa midia.
junior diventa giunior.
senior diventa sinior.
bonus diventa bonas.
focus diventa focas.
status diventa steitas.

Il tutto pronunciato con la sicurezza terminale di chi ha visto tre video motivazionali su LinkedIn, ha bruciato tutti i risparmi in un bel multilevel piramidale ovviamente anglofono e ha deciso di correggere Cicerone, Oxford e il Liceo Scientifico in un colpo solo.
Sotto di loro stanno i componentari senz’accento: quelli che non riescono a pronunciare component con l’accento corretto, perché lo trascinano istintivamente sulla prima sillaba, come se l’inglese tecnico fosse una variante malata dell’italiano scolastico. Poi arrivano i toponimisti da aeroporto, quelli che distruggono Leicester, Worcester, Greenwich, Huawei, Siemens, Bosch, Schneider, GitHub, qualunque nome proprio, tecnico, geografico o industriale, purché basti un minimo sforzo articolatorio per pronunciarlo decentemente.

Pena: chiedere indicazioni stradali nei luoghi di cui hanno massacrato il nome, pronunciandoli esattamente come li pronunciavano in riunione. Nessuno li capirà. Nemmeno Google Maps.

I più gravi sono gli A2 travestiti da C1 corporate. Non sanno pronunciare parole di vocabolario elementare, ma parlano con tono ieratico di governance, compliance, accountability, risk assessment, business continuity e stakeholder management.

Pena suprema: essere messi davanti a una lavagna bianca con scritto:
Definisca risk.
Definisca hazard.
Definisca failure.
Definisca fault.
Definisca error.
Definisca defect.
Definisca requirement.
Definisca verification.
Definisca validation.

Ogni risposta generica apre una botola. Ogni “in qualche modo” aggiunge un audit. Ogni “dipende dal contesto” senza contesto genera una non conformità maggiore.
Qui non si punisce il semplice accento italiano. Quello è normale, umano, talora perfino simpatico. Si punisce l’uso dell’angloaziendalese come paramento liturgico dell’incompetenza.

VIII. BOLGIA DEI FALSARI DEL CONIO LINGUISTICO

Qui non stanno i semplici innovatori della lingua, né coloro che registrano sobriamente l’uso vivo. Qui stanno i monetieri del falso conio: coloro che scambiano la lingua per una zecca ideologica, il diritto per un volantino e la morfologia per un referendum permanente.
Sulla porta è scritto: “Qui si batte moneta verbale senza lega, senza titolo e senza corso legale.”

Primo reparto: i coniatori di femminili "a sentimento".
Costoro sono convinti che ogni nome di funzione, professione, carica, ufficio, ruolo o mestiere debba necessariamente avere un gemello femminile prefabbricato, anche quando l’italiano aveva già DA SECOLI strumenti più sobri, più stabili, più eleganti, meno cacofonici o semplicemente più funzionali.
Così ignorano, storpiano o forzano parole come:

* architetto
* assessore
* onorevole
* giudice
* prefetto
* elettricista
* idraulico
* stradino
* questore
* commissario
* pubblico ministero
E non capiscono che il genere grammaticale non coincide meccanicamente con il sesso biologico, con il ruolo sociale, con il profilo LinkedIn o con una circolare interna del dipartimento comunicazione.

Secondo reparto: i sindachisti senza sindachessa.
Qui stanno quelli che ignorano, non ricordano, o fingono di non ricordare, che l’italiano possiede forme storiche e perfettamente intelligibili come:
* sindaco e sindachessa
* presidente e presidentessa
* avvocato e avvocatessa

Così come possiede serie vive, limpide, grammaticalmente sane:
* pittore e pittrice
* manutentore e manutentrice
* scrittore e scrittrice
* direttore e direttrice
* attore e attrice
* autore e autrice
* redattore e redattrice
* lettore e lettrice
* conduttore e conduttrice

Pena: essere trasformati in un suffisso errante, oscillante tra -essa, -trice, -a, -ora, -iera, senza mai trovare il sostantivo giusto a cui attaccarsi.

Terzo reparto: i promotori della “capa”.
Qui la colpa è aggravata, perché non si tratta solo di orrida bruttezza: si tratta di ignoranza geolinguistica con pretesa normativa. “Capa” significa testa, specialmente da Roma in giù. Non è il presunto femminile di capo. Non lo diventa perché lo dice una mail interna. Non lo diventa perché suona emancipato o “inclusivo”. Non lo diventa perché qualcuno lo ha letto in un manualetto di linguaggio amministrativo redento post-Cencelli.

Pena: essere spediti da Roma in giù a spiegare ai nativi che “capa” non significa “testa”, mentre una platea di nonne, portieri, tassisti, fruttivendoli e muratori li corregge coralmente per l’eternità.

Formula della pena, dettata eternamente da un nero cherubin:
“Capa è la testa, anima dannata.
Capo è il capo.
E se proprio vuoi specificare, dici la responsabile, la dirigente, la superiore, la direttrice, la titolare.
Ora ricomincia da capo.
Non da capa.”

IX. BOLGIA DEI GIURISTI DA HASHTAG

Qui la lingua non viene soltanto piegata: viene usata per simulare una categoria giuridica, morale e mediatica in un colpo solo.
Termine principe:
femminicidio.
Per gli aficionados delle ovvietà lapalissiane e dei disclaimer, inconsapevoli della vacuità di ogni excusatio praeterita — parente povera dell’excusatio non petita, essa è quella scusa preliminare, preventiva, non richiesta e già protocollata prima del resto del discorso, a mezza via tra la captatio benevolentiae e l’alzata di scudi retorica —, qui non si discute il dramma reale, né la necessità di nominarlo, studiarlo e reprimerlo. Si contesta il meccanismo mediatico con cui una parola-bandiera errata per mille motivi sostituisce la definizione giuridica, sociologica e causale del fenomeno.
Il punto è dunque lessicale: la trasformazione automatica di ogni fenomeno complesso in termine ombrello alla moda, buono per titoli, talk show, comunicati, campagne, slogan, clickbait, indignazioni seriali e pedagogia televisiva da seconda serata.

In questa bolgia stanno quelli che saltano direttamente alla parola emotivamente carica senza passare dalla definizione e dalla storia del diritto. Come peraltro negli anni ci hanno spiegato fior di insigni giuristi che si sono espressi in merito. Gli strumenti concettuali c’erano già, e da lunghissimo tempo: uxoricidio in primis, e poi estensione, aggravanti, qualificazioni, rapporti di convivenza, relazione affettiva, contesto e movente.

Ma entrare nel merito, scavare, ponderare mille anni di tecnicismi giuridici è troppo lento, troppo tecnico, troppo faticoso: troppo noioso. Meglio una parola-bandiera. Meglio un titolo a effetto. Meglio uno slogan. Meglio un’etichetta che consenta di saltare il lavoro sporco: riconoscere banalmente che una cornice e una fattispecie già esistono, a cui basta eventualmente aggiungere casi, aggravanti, parametri di valutazione. E invece nei talk show, sui giornali, online, solo arrampicate sugli specchi con elenchi socratici ricchi di dettagli e particolari che non qualificano: fidanzati - conviventi - mariti - spasimanti - ex, stalking ante - pre - post - returning, friends with benefits, relazione interrotta - mai iniziata - forse immaginata - unilaterale - extraconiugale - liquida - aperta - quantistica. Bizantinismi, sofismi che non sfiorano minimamente la sostanza: trattare in modo giuridicamente equo il caso di una persona che viene uccisa "nel contesto di" e/o "a causa di" una relazione patologica, degradata, ossessiva, malata, non sana.

Pena: essere condannati a redigere per l’eternità una fattispecie normativa chiara, generale, non sloganistica, capace di coprire in modo razionale tutti i casi evocati senza bisogno di titoli da talk show. Ogni volta che il dannato prova a salvarsi con “ma il caso particolare...”, un vecchio professore di diritto penale gli indica la lavagna e dice: “Benissimo. Allora qualifichi la fattispecie.”
Botola.

X. BOLGIA DEI FUNZIONARI BOLSCEVICHI DELLA LINGUA RIEDUCATA

Sono i più pericolosi, perché non sbagliano soltanto: pretendono che lo sbaglio diventi protocollo. Parole e formule da collocare qui:

* linguaggio ampio
* linguaggio rispettoso
* linguaggio inclusivo
* linee guida per la comunicazione
* declinare ad un femminile inesistente tutte le professioni (vedi anche bolgia ottava)
* superare il "maschile sovraesteso", soprattutto quando è un neutro derivato dal latino
* rendere visibili le soggettività
* persona portatrice di funzione
* soggettività apicale
* figura professionale di riferimento
* persona titolare del ruolo
* funzione monocratica comunale
* autorità apicale municipale

Pena: leggere per l’eternità documenti amministrativi in cui una frase semplice come: “Il responsabile firma il modulo.”
viene riscritta come:
“La persona responsabile, nella propria autodeterminazione funzionale e nel rispetto della pluralità dei profili soggettivi coinvolti, procede alla sottoscrizione documentale del modulo.”
Senza mai arrivare alla firma. Questa bolgia non punisce il rispetto. Non punisce la cortesia. Non punisce la generica volontà di non offendere.
Punisce la trasformazione della lingua in modulistica morale. Punisce la frase che non informa. Punisce la parola che non nomina. Punisce il giro sintattico che sostituisce il pensiero.

XI. COCITO DEGLI “SMART”, DEI “GREEN” E DEI “DISRUPTIVE”

Qui giacciono congelati coloro che appiccicarono aggettivi magici su oggetti ordinari.

* smart working
* smart city
* smart home
* smart lamp
* smart fridge
* smart mobility
* green economy
* green transition
* green packaging
* green washing, naturalmente mai confessato
* disruptive innovation
* storytelling
* narrazione
* esperienza immersiva

Pena: vivere in una smart city dove nulla funziona senza app, QR code, account, password, doppia autenticazione, consenso privacy, aggiornamento firmware e riavvio del router.
La lampadina smart non si accenderà.
Il frigorifero smart chiederà un update.
La mobilità smart sarà ferma per un download urgente.
La transizione green sarà stampata in quadricromia su carta plastificata.
La narrazione sarà più lunga dei fatti.
Lo storytelling sostituirà il prodotto.
L’esperienza immersiva sarà una stanza con tre LED blu e un proiettore fuori fuoco.

XII. GIUDIZIO FINALE SULLA MODERNITÀ LESSICALE

Non ogni parola nuova è barbarie. Non ogni forestierismo è delitto. Non ogni neologismo è un crimine. Non ogni mutamento linguistico va respinto recisamente. Questo è di una banalità assoluta.

La lingua viva acquisisce, trasforma, assorbe, metabolizza, seleziona, uccide, resuscita, contrae, espande, ironizza, specializza. Il problema non è la lingua che cambia grazie alla classe più colta.

Il problema è la lingua contorta, artefatta, offuscata, pedante, fumosa o semplicemente sbagliata e inventata di sana pianta, usata per nascondere l’ignoranza. Il problema è l’inglese usato perché non si conosce l’italiano. Il problema è il latinorum usato per fare scena e poi dimenticato quando servirebbe precisione. Il problema è la morfologia usata come volantino. Il problema è il diritto trattato come hashtag. Il problema è l’aziendalese che sostituisce il pensiero operativo. Il problema è il vezzeggiativo che attenua la responsabilità. Il problema è il superlativo che svuota l’aggettivo. Il problema è la pronuncia esotica appiccicata a parole che si capivano benissimo prima del passaggio doganale a Heathrow. Il problema è il “plas” competitivo di chi non sa pronunciare component. Il problema è il “midia” plan di chi non sa distinguere dato, informazione, comunicazione e rumore. Il problema è il “giunior” talent che deve ancora imparare dove cade l’accento, ma già straparla di leadership e valori aziendali (ossia green washing e "inclusività" nel senso in cui il mitico venditore di calzini della Circumvesuviana chiama tutti i signori "Uè, Brad Pitt" e tutte le signore "Uè, Ggeilo'"). Il problema è la parola che non illumina, ma annebbia.

E sopra la porta dell’ultima sala riunioni, quella dalla quale nessuno è mai uscito con una decisione vera, resterà scritto:

LASCIATE OGNI SPERANZA, O VOI CH’ENTRATE IN CALL.