Dichiarazione d’apertura: al tavolo da bridge si comincia dichiarando le carte. Lo faccio anch’io, a partire dal seme che non gioco: le vendite.
Esiste un equivoco piuttosto diffuso, non solo tra i fan diehard ma anche nella critica musicale, soprattutto quando si affronta la storia dell’hard rock e dell’heavy metal: confondere il successo commerciale con la grandezza artistica, la popolarità con l’innovazione, la capacità di riempire gli stadi con quella di elaborare un linguaggio musicale originale.
Se bastassero i dischi venduti, gli ABBA sarebbero automaticamente superiori a Jaco Pastorius, Dave Brubeck, Michel Petrucciani, e certi campioni nostrani della melodia, che hanno piazzato milioni di album ovunque vi sia un emigrante italiano anche di quarta generazione, meriterebbero un posto nella storia della musica davanti ai Genesis. Il che sarebbe un risultato quantomeno curioso.
Gli ABBA possedevano un talento eccezionale nel costruire melodie orecchiabilissime, armonizzazioni vocali raffinate e testi in un inglese così basilare da poter essere canticchiato in tutto il mondo. Ma questa forma di eccellenza non coincide con quella che troviamo in Room 335 di Larry Carlton, o in Highway Star, Space Truckin’ e When a Blind Man Cries dei Deep Purple. Le vendite sono un seme che può far presa, ma non fa atout.