lunedì 2 novembre 2026

Il Pentateuco dei live rock!

Dichiarazione d’apertura: al tavolo da bridge si comincia dichiarando le carte. Lo faccio anch’io, a partire dal seme che non gioco: le vendite.

Esiste un equivoco piuttosto diffuso, non solo tra i fan diehard ma anche nella critica musicale, soprattutto quando si affronta la storia dell’hard rock e dell’heavy metal: confondere il successo commerciale con la grandezza artistica, la popolarità con l’innovazione, la capacità di riempire gli stadi con quella di elaborare un linguaggio musicale originale.

Se bastassero i dischi venduti, gli ABBA sarebbero automaticamente superiori a Jaco Pastorius, Dave Brubeck, Michel Petrucciani, e certi campioni nostrani della melodia, che hanno piazzato milioni di album ovunque vi sia un emigrante italiano anche di quarta generazione, meriterebbero un posto nella storia della musica davanti ai Genesis. Il che sarebbe un risultato quantomeno curioso.

Gli ABBA possedevano un talento eccezionale nel costruire melodie orecchiabilissime, armonizzazioni vocali raffinate e testi in un inglese così basilare da poter essere canticchiato in tutto il mondo. Ma questa forma di eccellenza non coincide con quella che troviamo in Room 335 di Larry Carlton, o in Highway Star, Space Truckin’ e When a Blind Man Cries dei Deep Purple. Le vendite sono un seme che può far presa, ma non fa atout.

Il western, il mito e i suoi funerali.

Da John Ford a Sergio Leone, da Django e Sartana a Trinità e Keoma: anatomia di un genere che ha cambiato più volte pelle.

La storia del western cinematografico può essere ricondotta a tre grandi fasi, non tanto cronologiche quanto strutturali, ciascuna caratterizzata da un diverso rapporto fra la rappresentazione della frontiera americana, il linguaggio cinematografico e il sistema di valori che quella rappresentazione intende esprimere.

  • La costruzione del mito: il western classico hollywoodiano trasforma la conquista del West in una grande narrazione delle origini della nazione americana. La frontiera è il luogo nel quale il disordine cede progressivamente il passo alla legge, la violenza individuale viene subordinata alla costruzione della comunità e l'eroe, spesso solitario, assume il ruolo di garante di un ordine morale e sociale.
  • La crisi e la rifondazione del mito: le certezze del western classico cominciano a essere contestate dall'interno, soprattutto nel cinema americano degli anni Cinquanta, mentre Sergio Leone, a partire dal 1964, ne rivoluziona la grammatica cinematografica. La figura dell'eroe perde progressivamente la propria trasparenza morale e le istituzioni cessano di rappresentare automaticamente la giustizia.
  • L'autocoscienza del genere: negli anni Settanta il western conosce ormai perfettamente le proprie convenzioni e può utilizzarle per produrre significati persino opposti. In Italia si sviluppa un doppio binario: la dissacrazione comico-parodistica di Trinità, Tresette e dei cosiddetti fagioli western, e la persistenza di un western tragico e crepuscolare, che troverà in Keoma una delle sue ultime espressioni importanti. Parallelamente, Hollywood approfondisce la revisione critica della propria mitologia nazionale attraverso Peckinpah, Altman, Pollack, Penn ed Eastwood. Una fase con una lunghissima coda, che attraversa anche gli anni Ottanta e i primi Novanta.

Naturalmente non si tratta di compartimenti stagni. Le trasformazioni si sovrappongono, i linguaggi convivono e le opere più innovative anticipano spesso caratteristiche che diventeranno dominanti soltanto nella fase successiva.

Dagli insiemi ai numeri: sì, ma... con quale teoria insiemistica?

Il vero problema con la teoria degli insiemi è che... non esiste. Nel senso preciso che non esiste una e una sola teoria degli insiemi canonica, universale, definitiva. Ovvero "la" teoria degli insiemi, quella che ogni STEM pensa di conoscere. Ecco, quella non esiste proprio.

Anche limitandosi alla teoria più diffusa in ambito didattico, quella che porta i nomi di Zermelo e Fraenkel associati alla C di Choice, l’assioma di scelta — appunto, la ZFC —, la brutta notizia è che tale teoria non coincide propriamente con la versione che quasi tutti gli studenti delle discipline STEM hanno incontrato nel proprio percorso di studi. Una versione che, ben che vada, si presenta come un ibrido tra teoria ingenua degli insiemi, notazione d’uso corrente e qualche principio compatibile con l’impostazione ZFC, lasciando naturalmente fuori quasi tutto ciò che appartiene alla teoria degli insiemi come disciplina specialistica: indipendenza, forcing, grandi cardinali e parecchio altro.

Fino a qui, tuttavia, nulla di strano o scandaloso.